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Immaginate di entrare in un museo d’arte, da soli, di
camminare lungo un corridoio coperto di tappeti che attutiscono i vostri
passi. Un silenzio profondo vi accompagna nel vostro incedere, le luci
sono soffuse. Alle pareti sono appesi dei quadri e ogni tanto una
nicchia si apre tra un quadro e l’altro, ospitando sculture dalle
forme strane e affascinanti, come affascinanti e magnetici sono i colori
e i paesaggi raffigurati nei quadri. E’ un museo della memoria, ed
ogni opera d’arte è l’espressione di emozioni innescate dalla
lettura di libri, dalla visione di opere d’arte, dall’ascolto di
brani musicali.
Ognuno di noi custodisce in un angolino del proprio cervello
un simile museo, e per quel che mi riguarda un’intera ala ospita i
romanzi e i racconti del periodo d’oro della fantascienza, scritti
all’incirca nel decennio tra gli anni ’60 e ’70, quando ancora non
si parlava di reti informatiche e creature transgeniche, quando la Luna
era ancora una dea da svelare e il Sistema Solare un luogo di mistero.
In questo momento ho qui, davanti a me, quattro antologie di
racconti di fantascienza:
- “Le
meraviglie del possibile”, 1959 – Einaudi, a cura di Sergio
Solmi e Carlo Fruttero
- “Il
secondo libro della fantascienza”, 1961 – Einaudi a cura di
Carlo Fruttero e Franco Lucentini
- “L’ombra
del 2000”, 1965 – Mondadori a cura di Carlo Fruttero e Franco
Lucentini
- “Il
passo dell’ignoto”, 1972 – Carlo Fruttero e Franco Lucentini
Ho perso il conto di quante volte ho sfogliato queste
antologie; le pagine sono ingiallite, le copertine rovinate. Molti dei
racconti che contengono sono pieni di imprecisioni scientifiche,
soprattutto se visti attraverso le lenti della scienza moderna, molti
altri sono ingenui, dal finale scontato; tutti relegano la donna in un
ruolo secondario se non inesistente. I trenta e più anni trascorsi
dalla loro stesura si sentono; allora era tangibile la voglia di sperare
in qualcosa di grande, di immenso, la fiducia nella scienza e in un
universo carico di aspettative, di segreti da svelare, forse di altre
civiltà. Sono visioni lontane dalla concezione attuale della scienza,
che di giorno in giorno cambia e ci fa cambiare opinione su tante cose,
che viene “usata” spesso in modo errato, amorale, che crea dibattiti
infiniti, che qualche volta “uccide”…
Eppure, in molti di quei racconti e romanzi brevi, si può
scoprire, leggendoli, una grandezza di contenuti che raramente si
ritrova nei romanzi moderni di fantascienza. Nomi quali Ray Bradbury,
Isaac Asimov, Jack Vance, Richard Matheson, Robett Sheckley, Philip K.
Dick, Frederic Brown, Clifford D. Simak, Robert Silverberg per citarne
solo alcuni dei più famosi, non possono lasciarci indifferenti, sono
stati i pilastri del genere, pionieri di un territorio nuovo e
selvaggio, i creatori di un filone che ispirò in seguito registi e
scrittori. I concetti scientifici da loro elaborati e i termini
utilizzati possono spesso apparire semplici e lineari, in particolare
per noi uomini e donne del 2000 e sembrano stridere con i moderni
romanzi, soprattutto quelli del filone informatico, pieni zeppi di
termini tecnici e di concetti tecnologici che si fa fatica a digerire.
Forse la differenza tra i romanzi fantascientifici di trenta e più anni
fa e quelli attuali è proprio in quel che viene raccontato: la scienza
nei primi, la tecnologia nei secondi.
Altra differenza per quel che riguarda i concetti sembra
essere la semplicità a livello morale e filosofico dei primi e il
complicato intreccio di emozioni, sentimenti e pseudo moralità dei
secondi… O forse no? Possibile che la fantascienza passata e moderna,
pur occupandosi dello stesso ambito, sia cambiata in modo così profondo
nel giro di qualche decennio? Qual è il punto di rottura? Cosa ha
determinato la fine di un’era e l’inizio di una nuova? Hanno forse
influito lo sbarco sulla Luna, l’uso dei computers a portata di tutti,
la nascita della pecora Dolly, l’introduzione nella dieta
dell’umanità di cibo transgenico, la comparsa di nuove terribili
malattie come l’AIDS? E’ cambiato il modo in cui l’uomo guarda
l’universo, la vita oltre la morte, le speranze e le paure di
un’umanità in continua crescita tecnologica e che non si pone quasi
più domande a carattere morale? Soprattutto, ci interessano veramente
le risposte a quelle domande?
Togliere la polvere ai quadri in quel corridoio silenzioso
della memoria potrebbe voler dire rovinare i ricordi stessi, si potrebbe
rischiare di fare una gran confusione, di sminuire i miti della nostra
infanzia e rovinare il gusto per i miti che stanno nascendo ora. Aprire
invece le finestre e far entrare un po’ di luce e aria fresca in
quegli stessi corridoi potrebbe però voler dire avere il coraggio di
non seguire l’andamento dell’umanità che è quello di
settorializzare ogni cosa, di chiudere il sapere in compartimenti stagni
riducendo tutto a specializzazione, impedendo in tal modo una visone
prospettica del mondo. Oggi si tende a dimenticare il passato, oppure si
cerca fin troppo spesso di farlo vedere sotto una luce diversa,
distorta. Tendiamo ad essere esperti in pochi attuali, specifici settori
e cancelliamo tutto quel che in più potrebbe esserci in noi. La
fantasia viene condannata, a meno che non produca soldi, anzi, spesso
viene demonizzata, rendendo sempre più difficile il suo connubio con la
scienza che a sua volta viene soppiantata dalla tecnologia. Qualcuno di
quegli scrittori che ho nominato sopra aveva persino previsto un tale
cammino per l’umanità.
In questa rubrica, se vorrete seguirmi, parlerò, tra le
altre cose, degli autori del periodo d’oro della fantascienza,
partendo dai racconti e i romanzi brevi contenuti in quelle quattro
antologie; proverò a raccontarvi di quegli strani, affascinanti
universi, dei corridoi della memoria e del futuro dell’umanità, di
fantasia, di scienza e tecnologia, di speranze e paure. Cercherò di
spogliarmi dei preconcetti, di utilizzare tutte le risorse a mia
disposizione e di farvi vedere, attraverso i miei occhi, mondi
bellissimi e terrificanti, infinitamente piccoli ed infinitamente
grandi.
Uno dei mie scopi sarà quello di farvi gridare, alla fine,
le parole conclusive del racconto “Il video ci guarda” di Frederic
Brown:
“Fatemi uscire di qui! FATEMI USCIRE!
Aiuto, che qualcuno mi AIUTI!
FATEMI USCIRE!
FATEMI USCIRE DA QUESTA SCATOLA!”.
Mairi
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