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LA VOCE DEL MARE

di Dalyn

 

Seduto sulla spiaggia a guardare l’orizzonte, o almeno dove presumevo fosse quella linea sottile che tutti hanno cercato di superare per spingersi più lontano, così lontano da ritrovarsi al punto di partenza.
   Il buio della notte avvolgeva tutto, e davanti a me l’oscurità era rotta solo dalle piccole luci delle barche dei pescatori al largo, come lucciole che ripetevano ritmicamente lo stesso movimento, cullate dalle onde quasi inesistenti.
   Dalla mia sigaretta saliva lento un filo di fumo, reso azzurrognolo dal riflesso delle luci del lungomare alle mie spalle, fino a scomparire dissolto in miliardi di particelle dalla brezza leggera che ogni tanto tornava a farsi sentire.
   Quell’estate era particolarmente calda e le temperature arrivavano a sfiorare i quaranta gradi. La sabbia sotto di me era ancora tiepida dopo aver ricevuto per tutto il giorno i raggi del sole, come un neonato affamato riceve il latte dal seno della madre fino ad essere sazio.
   A farmi da schienale avevo una piccola barchetta, completamente bianca nonostante sembrasse aver lasciato il mare da molto tempo, dove avevo appoggiato il giubbino. Anche se il giorno era caldo la sera non sempre lo era.
   Il caldo aveva vinto anche sulla tenacia e sulla pazienza dei pescatori che solitamente frequentavano il molo anche a notte inoltrata, e che si trovava alla mia sinistra; nessun galleggiante fosforescente, nessun colpo di tosse, nessun rumore di mulinelli.
   Nulla, solo il silenzio e l’impressione dovuta al caldo che anche l’oscurità si muovesse dando vita ad ombre sul molo che in realtà non esistevano.
   Mi voltai a guardare il lungomare, solitamente affollato dalle famiglie in villeggiatura nelle prime ore della sera e sempre deserto quando le ore si facevano piccole. Un campanile da qualche parte, perso tra le colline, batté le due, come a ricordarmi quello che la vista del lungomare deserto mi mostrava.
   Appoggiai la testa alla barchetta, in modo tale da poter guardare il cielo. Lo spettacolo era eccezionale, l’aria immobile e nitida contribuiva a rendere le stelle ancor più luminose. Molte pulsavano, o così mi sembrava, e altre avevano un colore rossastro, ma erano migliaia, come i granelli di sabbia della spiaggia su cui mi trovavo.
   Presi un’ultima boccata dalla sigaretta, riempiendomi i polmoni e il naso di quel fumo azzurrognolo che molte volte pareva avere anche un sapore dolce. La carta sfrigolò mentre il tabacco si incendiava, sentivo il calore sulle dita.
   Intanto che mi godevo la sensazione del fumo in bocca feci una piccola buca nella sabbia e vi gettai il mozzicone. Atteggiamento maleducato ma indispensabile.
   Mentre tornavo a guardare le stelle mi ritrovai a pensare ad una scena de “La dolce vita”, alla sua scena più famosa e conosciuta: Anita Ekberg che fa il bagno nella fontana di Trevi.
   Lei era una dea di straordinaria bellezza, con il vestito nero che le faceva risaltare i capelli biondi e il candore della pelle e lui, Marcello, fuori a guardarla, indeciso se seguirla o no. Tutto in quella scena aveva dell’onirico: l’acqua che scorreva dalla fontana, il riflesso che proiettava sull’attrice, il bianco e nero della fotografia. Nulla sembrava reale, eppure tutto era reale perché sembrava un sogno.

   Mentre questi pensieri mi facevano fissare un punto imprecisato del cielo come se avessi davanti agli occhi la proiezione in immagini di tutto quello che in realtà sono pulsazioni nervose, qualcosa attirò la mia attenzione, come un tonfo sommerso nell’acqua vicino al molo.

   Lo schermo della notte mi impediva di vedere, ma probabilmente un’altra pulsazione nervosa era diventata un suono udibile solo nella mia mente.
   Guardai il mare, in cerca di increspature sulla sua superficie che mi dessero la prova che non avevo “immaginato” il tonfo, ma rimasi deluso: nulla più di un accenno delle onde, come se anche l’acqua avesse caldo e non avesse voglia di muoversi per non sudare.
   Tornai a guardare il cielo stellato, orfano della luna per quella sera, purtroppo.
   Il riflesso della luna sul mare nelle notti d’estate era una cosa che mi riempiva sempre di una tale meraviglia da lasciarmi a bocca aperta davanti agli incanti e alla perfezione della volta celeste: stelle lontane chissà quanto che formavano disegni, mentre la luna con i suoi crateri rimaneva sospesa come un pallone lanciato in aria che si rifiutasse di tornare tra le braccia del bambino che lo aveva lanciato.

   Ricordo che da bambino spesso chiedevo ai miei genitori chi fosse ad “accendere” la luna, e perché non si vedesse la lampadina che la illuminava. Loro mi rispondevano sempre che la luna brillava nel cielo per assomigliare al sole che illumina il giorno, e nessuno l’accendeva, ma cercava di illuminare il più possibile per vincere la contesa con la nostra stella.
   Avrei scoperto più tardi la meraviglia dell’alba e avrei capito che tra la luna e il sole non c’è nessuna rivalità ma che tutti e due hanno un ruolo ben preciso nel disegno della natura.
   Non sono stato il primo a rimanere incantato dalle stelle e dal cielo, altri prima di me se ne sono innamorati a tal punto da voler scrutare oltre, spesso a rischio della propria vita per le scoperte con cui il cielo ripagava il loro amore disinteressato.
   Mentre ero seduto a pensare alle stelle, mi venne in mente una frase, udita forse durante l’ora di religione alle scuole elementari: “ La Terra è solo il poggiapiedi di Dio”.
   A parte l’uomo con i suoi impulsi distruttivi e autodistruttivi, la Terra è un luogo popolato di esseri fantastici e regolato da leggi incredibilmente perfette; gli elementi e la natura sono i veri padroni del pianeta, e il mare era davanti a me a testimoniarlo, una forza implacabile quando si agita e tenera culla quando è calmo.

   Perso tra i questi pensieri spostai lo sguardo dalle stelle all’acqua e vidi, confusa nella penombra dovuta alla mescolanza dell’oscurità con il riflesso delle luci del lungomare, una persona sdraiata a pancia in giù sulla battigia. Pareva avere i gomiti puntati nella sabbia bagnata e la testa sulle mani.
   In un primo momento di smarrimento non seppi cosa dire, confuso da quella apparizione improvvisa che mi era arrivata davanti senza che io me ne accorgessi.
   Fu lei infatti a parlare per prima, evidentemente conscia del mio “imbarazzo”( e di una punta di spavento).
   “Ciao, cosa fai lì tutto solo?”.
   Una voce femminile, vellutata e molto dolce, simile al fruscio della seta.
   Io, sinceramente, non avevo parole. O forse non avevo un vero motivo per cui valesse la pena di stare su una spiaggia alle due di notte.
   Mi chiese di nuovo:
  “Stavi guardando il cielo prima, vero? Se un altro di quei sognatori che passano ore e ore ad immaginare mondi lontani e paesaggi sconosciuti?”.
   Nelle sue parole non vi era niente all’infuori della semplice curiosità, nessun doppio senso nascosto. La sua voce rivelava che stava sorridendo; riuscii a dirle:
   “No… non sogno… guardo e basta”.
   “Capisco…”. Sembrava delusa, e la delusione traspariva da questa unica parola come se fosse una sentenza di rassegnazione. Il sorriso era svanito. Feci per alzarmi e avvicinarmi a lei, ma subito mi bloccò.
   “Non avvicinarti, se non sei un sognatore non capiresti”, disse.
   Non afferrai il senso di quelle parole che non erano un ordine, ma quasi una supplica, ma comunque mi bloccai a mezz’aria, né seduto né in piedi.
   La udii ridere sommessamente, come se si stesse trattenendo per non essere scortese.
   “Sei buffo, sai?”, mi disse. “Non intendevo dire che dovevi bloccarti come paralizzato, solo che non devi avvicinarti”.
   Mi rimisi a sedere sulla sabbia tiepida, la schiena appoggiata alla barchetta. La curiosità di vedere il volto di quella ragazza sconosciuta si insinuò in me.
   “Ma io vorrei vedere in faccia con chi sto parlando”, le dissi.
   Ci fu un rumore di acqua, come di qualcosa che si muovesse nel mare e poi capii, scrutando nella penombra, che la ragazza si era girata a pancia in su a guardare il cielo. Ogni minimo rumore era amplificato dal silenzio della notte.
   “Tu credi che da qualche parte, lassù qualcuno ci stia guardando?”, mi chiese, ignorando la mia richiesta.
   “Sarebbe da egoisti pensare di essere soli in un universo tanto grande”, le risposi.
   “E allora, ammesso che qualcuno ci sia, perché non si fanno vedere da tutti i popoli, da tutte le genti, e scelgono invece solo alcuni “prescelti”?”
   “Sono furbi, oppure stanno solo in guardia. Se ci studiano da molto tempo sanno che l’uomo ha la non proprio simpatica abitudine di sparare su tutto ciò che non conosce o lo spaventa, qualunque cosa sia. È così dalla notte dei tempi. Tutto ciò che è sconosciuto costituisce un pericolo, e in quanto tale va eliminato”.
   Mentre dicevo queste parole, lentamente, senza farmi sentire dalla ragazza che aveva gli occhi fissi al cielo, mi avvicinai, procedendo a gattoni sulla sabbia. Ero quasi arrivato a lei, quando il rumore di una bottiglia che andava in frantumi sull’asfalto del lungomare la fece voltare in quella direzione, così che mi vide. Per un istinto incontrollabile mi buttai sulla sabbia, dove forse credevo che non mi avrebbe visto. Invece mi sbagliai.
   “Sei furbo anche tu”, mi disse portando la testa verso l’acqua, ma senza mai alzarsi dalla sabbia, con una nota quasi impercettibile di rabbia nella voce.
   E fu allora che vidi il motivo di tanta diffidenza nei miei confronti. Mentre la guardavo lei restava immobile, ormai consapevole che avevo visto ciò che lei voleva tenermi nascosto, la testa bassa come a dimostrarmi di sapere che aveva subito una specie di sconfitta.
   Non riuscivo a crederci, ne avevo sentito parlare ma mai avrei creduto di incontrarne una. Molti poeti le cantavano nelle loro poesie e Omero le ha rese immortali grazie all’Odissea, dove il loro canto ha il potere di stregare qualsiasi navigatore, anche il più esperto.
   Avevo davanti ai miei occhi una sirena.

  Il bacino finiva come in una specie di “sacco”, ma tra questo e la pelle della ragazza non vi era nessuno spiraglio, come se fossero saldati insieme e il “sacco”, che all’oscurità mi parve essere di un marrone chiaro (ma non ne sono sicuro), sembrava il normale prolungamento della pelle della ragazza. Alla fine del “sacco”, dove dovevano esserci i piedi, c’era una coda come quella di tutti i pesci comuni, per niente diversa da tutte le code di pesci che avevo visto in vita mia.
   Stava per tornare in mare, e cercai di fermarla.
  “Aspetta, non andare”, le dissi. Volevo davvero che restasse.
   Lei si fermò e si voltò a guardarmi, il corpo già per metà in acqua.
   “Perché dovrei fermarmi? Ti avevo chiesto di non avvicinarti e invece l’hai fatto, ora cosa hai mente? Di chiamare qualche amico per mostrarmi a loro come un fenomeno da baraccone, o perché no, un pescatore per chiedergli che razza di pesce sia quello che hai davanti agli occhi?!”. Era arrabbiata, e non faceva nulla per nasconderlo, i suoi occhi, anche se erano al buio, potevo distinguerli perché erano lucenti, forse di lacrime, forse solo di ira.
   “No, niente di tutto questo…”, tentai di dire, ma subito fui interrotto.
   “L’hai detto tu stesso, l’uomo ha la non proprio simpatica abitudine di sparare su tutto ciò che non conosce o lo spaventa, qualunque cosa sia! Tu non mi conosci, non conosci la mia specie, dammi un buon motivo per non preoccuparmi!”.
   Aveva ragione, e mi maledissi per aver detto quelle cose, ma in fondo era quello che pensavo davvero della mia specie, la più pericolosa del pianeta. Ero sdraiato a pancia in giù sulla sabbia e la guardavo, e lei guardava me respirando affannosamente.
   “Non tutti gli uomini sono uguali. In alcuni di loro c’è del buono, ma spesso è il lato negativo a prevalere su queste persone. Forse vale la pena di lottare per impedire che quel poco di Intelligenza votata al bene non venga sopraffatta”.
   Il suo respiro si era calmato, tornando lentamente normale. Forse ero riuscito a calmarla e a trattenerla ancora un po’ con me sulla spiaggia. Non ero animato da manie sensazionaliste, non avevo nessuna intenzione di scattare foto alla “donna-pesce” oppure farmi rivelare i segreti del mare. Volevo solo che restasse per parlare.
   “E tu… di che tipo di uomini fai parte?”, mi chiese quasi sospirando.
   “Di quelli buoni, o almeno credo”.
   La sirena si voltò verso me, compiendo una specie di rotazione di centottanta gradi sulla pancia, cosicché ci ritrovammo faccia a faccia, e potei vederla bene in volto.

   Era bellissima, i lampioni del lungomare mostravano due occhi chiari e grandi e i capelli biondi  ricci le cadevano lunghi fino al principiare della lunga coda, come cascate immobili ritratte in un dipinto. Aveva il volto spruzzato di lentiggini e la sua pelle era candida come la neve. Rimasi colpito da tanta bellezza, quasi senza fiato. Era un essere senza età. Come reggiseno portava due conchiglie, e mi meravigliai di constatare come gli scrittori, nella loro fantasia, avevano indovinato come stavano davvero le cose.
   “Cos’è successo, giovane uomo buono, ti hanno tagliato la lingua?”, mi chiese sorridendo.
   “Si… cioè, no… sei immensamente… bellissima”, le risposi, tartagliando, dicendole le prime cose che mi vennero in mente.
   Lei si avvicinò a me ancora un po’, saltellando sulla pancia come farebbe una piccola foca per muoversi sul ghiaccio dell’Antartide in modo da ritrovarci a guardarci negli occhi, le punte dei nasi che si toccavano.
   “Come ti chiami”, chiese. Le dissi il mio nome, non senza difficoltà, totalmente rapito dal suo sguardo quasi ipnotico e immenso, che si apriva su spazi infiniti e bellissimi. “Io mi chiamo Astrid”, disse.

   Ricordo nitidamente la sua voce

   (Astrid)

   e l’effetto di calma che si spanse in me, grazie a quella unica parola. Capii che quella che stavo ascoltando era la voce del mare, e l’avevo ascoltata fino a quel momento senza rendermene conto, in tutti i suoi aspetti: arrabbiata, dolce, sensuale, sorridente. Astrid era il mare, e il mare attraverso di lei parlava come aveva parlato ad Ulisse legato all’albero maestro della sua nave.

   Dal mare giunse in quell’istante una voce, che però era sicuramente umana. Infatti una barca si stava avvicinando alla spiaggia, e anche se non la si vedeva capii che erano i pescatori che rientravano dalla lucina sopra all’albero maestro. Astrid mi guardò quasi spaventata, i suoi occhi grandi erano spalancati. Se fosse rimasta lì i pescatori l’avrebbero sicuramente vista e si sarebbero chiesti quale strana malformazione alle gambe potesse avere quella ragazza, o peggio ancora avrebbero potuto vedere di più, spinti dalla curiosità, la pinna lucente e la coda marroncina.
   Dovevo trovare una soluzione. Lei non poteva tornare in mare, i pescatori avrebbero sicuramente notato il movimento dell’acqua inconsueto per la calma che c’era.
   “Che facciamo?! Non posso farmi vedere”, disse con una nota di paura nella voce.
   “Vieni qui vicino a me”, le risposi, coprendo la distanza tra me e la barchetta bianca con un salto e  prendendo il giubbino che avevo lasciato appoggiato.
   “Vuoi che mi vedano? Se vengo lì la prima cosa che si noterà è che ho una coda di pesce al posto delle gambe!”
   Tornai e mi sedetti vicino a lei.
   “Piega le gambe… cioè la coda… o come si chiama”, le dissi, un po’ imbarazzato. Lei fece come le chiesi e le coprii la pinna con il giubbino. Lei, forse per tenersi in equilibrio, mise il suo braccio attorno al mio fianco, e non potei nascondere un piccolo sorrisetto che mi incurvò le labbra. Ero felice che l’avesse fatto.
   La barca arrivò sulla battigia, e i pescatori scesero, portando a riva le reti vuote, segno che la pesca non aveva avuto l’esito sperato. Non sono sicuro, ma mi parve di sentire Astrid percorsa da un brivido a quella vista. Erano in due, uno anziano e uno più giovane, sulla cinquantina. L’anziano, che doveva avere all’incirca una settantina d’anni e una vita passata più spesso in mare aperto che a casa, ci guardò e sorrise sotto due folti baffi bianchi.
   “Benedetta gioventù che ancora conosce l’amore e le cose belle! Non capita più tanto spesso di vedere una giovane coppietta di innamorati seduti sulla spiaggia a tarda notte a guardare il mare! Ah, se sapeste, ai miei tempi era tutto diverso!”.
   Non potei fare a meno di sorridere a quelle parole, e anche Astrid fece lo stesso. L’uomo posò a terra le reti e continuò con la sua ondata di ricordi.
   “Ai miei tempi si corteggiavano le ragazze offrendogli fiori, invitandole a passeggiare sul lungomare per vedere le stelle, portandole a prendere il gelato nei bar. Ora purtroppo non è più così, non si vedono più le coppie di innamorati seduti sulla spiaggia a tarda notte…”
   “Papà, questo l’hai già detto prima”, intervenne l’uomo più giovane mentre tornava alla barca.
   “Ah davvero? La memoria inizia a farmi brutti scherzi!”, rispose con un sorriso, accettando serenamente l’osservazione fattagli dal figlio. Detto questo tornò verso la barca, e vedendolo da dietro non si sarebbe mai detto che avesse già un figlio che aveva visto all’incirca mezzo secolo di vita di questa terra.
   Se ne andarono lasciando le reti sulla sabbia, cosa che dovevano fare abitualmente, perché non avevano dato impressione di preoccuparsi che due sconosciuto potessero vederli. La barca prese di nuovo il largo, e io e Astrid la guardammo allontanarsi dalla riva e ritornare ad essere un puntino luminoso in mezzo a tanti altri.

   Astrid si sciolse dall’abbraccio e mi diede il giubbino, scoprendo la coda.
   “Sarà meglio che vada”, mi disse. “Non posso rischiare che qualcuno mi veda”.
    “Resta ancora un po’”, le proposi. Non mi andava di perdere quel prodigio della natura ma soprattutto sapevo che se fosse tornata in mare non l’avrei più rivista. Ci sono cose che capitano solo una volta nella vita, e quell’incontro era una di queste cose. Una sirena sulla spiaggia. Una ragazza bellissima che veniva dal mare.
   “Lo vorrei molto, davvero, ma purtroppo sono costretta ad andare. Ho già infranto una delle leggi principali del mare, ossia che tutto ciò che è nato al di sotto della superficie dell’acqua deve restarci. Sono leggi che hanno rispettato tutti, ad eccezione forse di Ariel, ma poi lei è diventata famosa per la sua storia con quel famoso scrittore danese”.
   Si diresse verso l’acqua calma del mare. Conoscevo quella ragazza da molto meno di dodici ore, e ora vederla andare verso il mare mi chiuse la bocca dello stomaco.
   “Resta”, dissi, con un sussurro. Lei mi guardò e tornò verso di me. Mi accarezzò una guancia e posò le sue labbra sopra le mie, e ci baciammo dolcemente. La mia bocca venne pervasa da un aroma bellissimo, per niente salato come avrei creduto che fosse, che mi fece venire alla mente l’immagine di un campo di margherite in primavera. Mentre la baciavo la abbracciai dolcemente, ascoltando il suo respiro lento, e lei ricambiò il mio abbraccio stringendomi forte, le sue mani nei miei capelli. Credevo di essere arrivato in paradiso, il paradiso che l’amore prepara per tutti dentro di noi.
  Astrid, dopo avermi baciato ma rimanendo sempre tra le mie braccia, mi guardò negli occhi e mi disse:
   “Non sperare in un amore impossibile. Non rimanere troppo attaccato ai ricordi, specialmente se questi fanno male, perché la vita scorre senza guardare in faccia a nessuno. Se fossi una donna della terra sarei stata bene con te, mi sarei sentita come ho sempre sognato di essere, ma sono una creatura del mare, è questa la mia natura”.
   Quelle parole mi fecero capire che quell’incontro eccezionale non si sarebbe più ripetuto, smentendo la mia convinzione che nella Storia tutto si ripete almeno due volte. Forse era giusto così, le creature del mare nell’acqua e gli uomini sulla terra.
   Non seppi cosa risponderle, e lei dovette capirlo, perché mi disse:
   “Non devi dire niente, il tuo bacio mi ha già detto tutto. Quando entrerai nell’acqua del mare, ogni dove sei, pensami, fai un sorriso e poi dimenticami fino al prossimo bagno. Non soffermarti troppo sul mio ricordo, perché probabilmente ti darebbe solo dolore, e non è giusto”. Detto questo si sciolse dall’abbraccio e, come un fulmine, si tuffò nell’acqua, lasciandola quasi immobile.
   Mi alzai e mi avvicinai all’acqua. Vidi la sua testa comparire poco lontano dalla riva, quasi un’ombra.
   “Avevi ragione”, mi urlò. “Tu sei un uomo, ma fai parte di quelli buoni”.
   Poi, tirò fuori la mano dall’acqua e mi salutò. Io ricambiai il saluto e lei si inabissò verso chissà quali città marine, mentre io restai sulla spiaggia con il suo volto più vivo che mai nella mente e il suo sapore nella bocca e sulle labbra. Non le avevo detto niente prima di vederla scomparire, ma sono sicuro che lei sapesse cosa volevo dirle.

   Ancora oggi, ad alcuni anni di distanza, la sua voce, la voce del mare, rimbalza nella mia mente come l’eco in una casa vuota, e spesso mi trovo a cercare i suoi capelli biondi o i suoi grandi occhi chiari nelle altre ragazze, restando sempre un po’ deluso.
   Forse è stato solo un sogno ad occhi aperti, un sogno che per un po’ mi ha fatto soffrire, ma anche se è stato un sogno, c’è una cosa che non ho più fatto da quel giorno.
   Non sono più andato al mare.

Dalyn

 

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