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Seduto
sulla spiaggia a guardare l’orizzonte, o almeno dove presumevo fosse
quella linea sottile che tutti hanno cercato di superare per spingersi
più lontano, così lontano da ritrovarsi al punto di partenza.
Il buio della notte
avvolgeva tutto, e davanti a me l’oscurità era rotta solo dalle
piccole luci delle barche dei pescatori al largo, come lucciole che
ripetevano ritmicamente lo stesso movimento, cullate dalle onde quasi
inesistenti.
Dalla mia sigaretta
saliva lento un filo di fumo, reso azzurrognolo dal riflesso delle luci
del lungomare alle mie spalle, fino a scomparire dissolto in miliardi di
particelle dalla brezza leggera che ogni tanto tornava a farsi sentire.
Quell’estate era
particolarmente calda e le temperature arrivavano a sfiorare i quaranta
gradi. La sabbia sotto di me era ancora tiepida dopo aver ricevuto per
tutto il giorno i raggi del sole, come un neonato affamato riceve il
latte dal seno della madre fino ad essere sazio.
A farmi da schienale
avevo una piccola barchetta, completamente bianca nonostante sembrasse
aver lasciato il mare da molto tempo, dove avevo appoggiato il giubbino.
Anche se il giorno era caldo la sera non sempre lo era.
Il caldo aveva vinto
anche sulla tenacia e sulla pazienza dei pescatori che solitamente
frequentavano il molo anche a notte inoltrata, e che si trovava alla mia
sinistra; nessun galleggiante fosforescente, nessun colpo di tosse,
nessun rumore di mulinelli.
Nulla, solo il
silenzio e l’impressione dovuta al caldo che anche l’oscurità si
muovesse dando vita ad ombre sul molo che in realtà non esistevano.
Mi voltai a guardare
il lungomare, solitamente affollato dalle famiglie in villeggiatura
nelle prime ore della sera e sempre deserto quando le ore si facevano
piccole. Un campanile da qualche parte, perso tra le colline, batté le
due, come a ricordarmi quello che la vista del lungomare deserto mi
mostrava.
Appoggiai la testa
alla barchetta, in modo tale da poter guardare il cielo. Lo spettacolo
era eccezionale, l’aria immobile e nitida contribuiva a rendere le
stelle ancor più luminose. Molte pulsavano, o così mi sembrava, e
altre avevano un colore rossastro, ma erano migliaia, come i granelli di
sabbia della spiaggia su cui mi trovavo.
Presi un’ultima
boccata dalla sigaretta, riempiendomi i polmoni e il naso di quel fumo
azzurrognolo che molte volte pareva avere anche un sapore dolce. La
carta sfrigolò mentre il tabacco si incendiava, sentivo il calore sulle
dita.
Intanto che mi
godevo la sensazione del fumo in bocca feci una piccola buca nella
sabbia e vi gettai il mozzicone. Atteggiamento maleducato ma
indispensabile.
Mentre tornavo a
guardare le stelle mi ritrovai a pensare ad una scena de “La dolce
vita”, alla sua scena più famosa e conosciuta: Anita Ekberg che fa il
bagno nella fontana di Trevi.
Lei era una dea di
straordinaria bellezza, con il vestito nero che le faceva risaltare i
capelli biondi e il candore della pelle e lui, Marcello, fuori a
guardarla, indeciso se seguirla o no. Tutto in quella scena aveva
dell’onirico: l’acqua che scorreva dalla fontana, il riflesso che
proiettava sull’attrice, il bianco e nero della fotografia. Nulla
sembrava reale, eppure tutto era reale perché sembrava un sogno.
Mentre questi
pensieri mi facevano fissare un punto imprecisato del cielo come se
avessi davanti agli occhi la proiezione in immagini di tutto quello che
in realtà sono pulsazioni nervose, qualcosa attirò la mia attenzione,
come un tonfo sommerso nell’acqua vicino al molo.
Lo schermo della
notte mi impediva di vedere, ma probabilmente un’altra pulsazione
nervosa era diventata un suono udibile solo nella mia mente.
Guardai il mare, in
cerca di increspature sulla sua superficie che mi dessero la prova che
non avevo “immaginato” il tonfo, ma rimasi deluso: nulla più di un
accenno delle onde, come se anche l’acqua avesse caldo e non avesse
voglia di muoversi per non sudare.
Tornai a guardare il
cielo stellato, orfano della luna per quella sera, purtroppo.
Il riflesso della
luna sul mare nelle notti d’estate era una cosa che mi riempiva sempre
di una tale meraviglia da lasciarmi a bocca aperta davanti agli incanti
e alla perfezione della volta celeste: stelle lontane chissà quanto che
formavano disegni, mentre la luna con i suoi crateri rimaneva sospesa
come un pallone lanciato in aria che si rifiutasse di tornare tra le
braccia del bambino che lo aveva lanciato.
Ricordo che da
bambino spesso chiedevo ai miei genitori chi fosse ad “accendere” la
luna, e perché non si vedesse la lampadina che la illuminava. Loro mi
rispondevano sempre che la luna brillava nel cielo per assomigliare al
sole che illumina il giorno, e nessuno l’accendeva, ma cercava di
illuminare il più possibile per vincere la contesa con la nostra
stella.
Avrei scoperto più
tardi la meraviglia dell’alba e avrei capito che tra la luna e il sole
non c’è nessuna rivalità ma che tutti e due hanno un ruolo ben
preciso nel disegno della natura.
Non sono stato il
primo a rimanere incantato dalle stelle e dal cielo, altri prima di me
se ne sono innamorati a tal punto da voler scrutare oltre, spesso a
rischio della propria vita per le scoperte con cui il cielo ripagava il
loro amore disinteressato.
Mentre ero seduto a
pensare alle stelle, mi venne in mente una frase, udita forse durante
l’ora di religione alle scuole elementari: “
La Terra
è solo il poggiapiedi di Dio”.
A parte l’uomo con
i suoi impulsi distruttivi e autodistruttivi,
la Terra
è un luogo popolato di esseri fantastici e regolato da leggi
incredibilmente perfette; gli elementi e la natura sono i veri padroni
del pianeta, e il mare era davanti a me a testimoniarlo, una forza
implacabile quando si agita e tenera culla quando è calmo.
Perso tra i questi
pensieri spostai lo sguardo dalle stelle all’acqua e vidi, confusa
nella penombra dovuta alla mescolanza dell’oscurità con il riflesso
delle luci del lungomare, una persona sdraiata a pancia in giù sulla
battigia. Pareva avere i gomiti puntati nella sabbia bagnata e la testa
sulle mani.
In un primo momento
di smarrimento non seppi cosa dire, confuso da quella apparizione
improvvisa che mi era arrivata davanti senza che io me ne accorgessi.
Fu lei infatti a
parlare per prima, evidentemente conscia del mio “imbarazzo”( e di
una punta di spavento).
“Ciao, cosa fai lì
tutto solo?”.
Una voce femminile,
vellutata e molto dolce, simile al fruscio della seta.
Io, sinceramente,
non avevo parole. O forse non avevo un vero motivo per cui valesse la
pena di stare su una spiaggia alle due di notte.
Mi chiese di nuovo:
“Stavi guardando
il cielo prima, vero? Se un altro di quei sognatori che passano ore e
ore ad immaginare mondi lontani e paesaggi sconosciuti?”.
Nelle sue parole non
vi era niente all’infuori della semplice curiosità, nessun doppio
senso nascosto. La sua voce rivelava che stava sorridendo; riuscii a
dirle:
“No… non
sogno… guardo e basta”.
“Capisco…”.
Sembrava delusa, e la delusione traspariva da questa unica parola come
se fosse una sentenza di rassegnazione. Il sorriso era svanito. Feci per
alzarmi e avvicinarmi a lei, ma subito mi bloccò.
“Non avvicinarti,
se non sei un sognatore non capiresti”, disse.
Non afferrai il
senso di quelle parole che non erano un ordine, ma quasi una supplica,
ma comunque mi bloccai a mezz’aria, né seduto né in piedi.
La udii ridere
sommessamente, come se si stesse trattenendo per non essere scortese.
“Sei buffo,
sai?”, mi disse. “Non intendevo dire che dovevi bloccarti come
paralizzato, solo che non devi avvicinarti”.
Mi rimisi a sedere
sulla sabbia tiepida, la schiena appoggiata alla barchetta. La curiosità
di vedere il volto di quella ragazza sconosciuta si insinuò in me.
“Ma io vorrei
vedere in faccia con chi sto parlando”, le dissi.
Ci fu un rumore di
acqua, come di qualcosa che si muovesse nel mare e poi capii, scrutando
nella penombra, che la ragazza si era girata a pancia in su a guardare
il cielo. Ogni minimo rumore era amplificato dal silenzio della notte.
“Tu credi che da
qualche parte, lassù qualcuno ci stia guardando?”, mi chiese,
ignorando la mia richiesta.
“Sarebbe da
egoisti pensare di essere soli in un universo tanto grande”, le
risposi.
“E allora, ammesso
che qualcuno ci sia, perché non si fanno vedere da tutti i popoli, da
tutte le genti, e scelgono invece solo alcuni “prescelti”?”
“Sono furbi,
oppure stanno solo in guardia. Se ci studiano da molto tempo sanno che
l’uomo ha la non proprio simpatica abitudine di sparare su tutto ciò
che non conosce o lo spaventa, qualunque cosa sia. È così dalla notte
dei tempi. Tutto ciò che è sconosciuto costituisce un pericolo, e in
quanto tale va eliminato”.
Mentre dicevo queste
parole, lentamente, senza farmi sentire dalla ragazza che aveva gli
occhi fissi al cielo, mi avvicinai, procedendo a gattoni sulla sabbia.
Ero quasi arrivato a lei, quando il rumore di una bottiglia che andava
in frantumi sull’asfalto del lungomare la fece voltare in quella
direzione, così che mi vide. Per un istinto incontrollabile mi buttai
sulla sabbia, dove forse credevo che non mi avrebbe visto. Invece mi
sbagliai.
“Sei furbo anche
tu”, mi disse portando la testa verso l’acqua, ma senza mai alzarsi
dalla sabbia, con una nota quasi impercettibile di rabbia nella voce.
E fu allora che vidi
il motivo di tanta diffidenza nei miei confronti. Mentre la guardavo lei
restava immobile, ormai consapevole che avevo visto ciò che lei voleva
tenermi nascosto, la testa bassa come a dimostrarmi di sapere che aveva
subito una specie di sconfitta.
Non riuscivo a
crederci, ne avevo sentito parlare ma mai avrei creduto di incontrarne
una. Molti poeti le cantavano nelle loro poesie e Omero le ha rese
immortali grazie all’Odissea,
dove il loro canto ha il potere di stregare qualsiasi navigatore, anche
il più esperto.
Avevo davanti ai
miei occhi una sirena.
Il bacino finiva come in una specie di “sacco”, ma tra questo e la
pelle della ragazza non vi era nessuno spiraglio, come se fossero
saldati insieme e il “sacco”, che all’oscurità mi parve essere di
un marrone chiaro (ma non ne sono sicuro), sembrava il normale
prolungamento della pelle della ragazza. Alla fine del “sacco”, dove
dovevano esserci i piedi, c’era una coda come quella di tutti i pesci
comuni, per niente diversa da tutte le code di pesci che avevo visto in
vita mia.
Stava per tornare in
mare, e cercai di fermarla.
“Aspetta, non
andare”, le dissi. Volevo davvero che restasse.
Lei si fermò e si
voltò a guardarmi, il corpo già per metà in acqua.
“Perché dovrei
fermarmi? Ti avevo chiesto di non avvicinarti e invece l’hai fatto,
ora cosa hai mente? Di chiamare qualche amico per mostrarmi a loro come
un fenomeno da baraccone, o perché no, un pescatore per chiedergli che
razza di pesce sia quello che hai davanti agli occhi?!”. Era
arrabbiata, e non faceva nulla per nasconderlo, i suoi occhi, anche se
erano al buio, potevo distinguerli perché erano lucenti, forse di
lacrime, forse solo di ira.
“No, niente di
tutto questo…”, tentai di dire, ma subito fui interrotto.
“L’hai detto tu
stesso, l’uomo ha la non proprio simpatica abitudine di sparare su
tutto ciò che non conosce o lo spaventa, qualunque cosa sia! Tu non mi conosci, non conosci la mia specie,
dammi un buon motivo per non preoccuparmi!”.
Aveva ragione, e mi
maledissi per aver detto quelle cose, ma in fondo era quello che pensavo
davvero della mia specie, la più pericolosa del pianeta. Ero sdraiato a
pancia in giù sulla sabbia e la guardavo, e lei guardava me respirando
affannosamente.
“Non tutti gli
uomini sono uguali. In alcuni di loro c’è del buono, ma spesso è il
lato negativo a prevalere su queste persone. Forse vale la pena di
lottare per impedire che quel poco di Intelligenza votata al bene non
venga sopraffatta”.
Il suo respiro si
era calmato, tornando lentamente normale. Forse ero riuscito a calmarla
e a trattenerla ancora un po’ con me sulla spiaggia. Non ero animato
da manie sensazionaliste, non avevo nessuna intenzione di scattare foto
alla “donna-pesce” oppure farmi rivelare i segreti del mare. Volevo
solo che restasse per parlare.
“E tu… di che
tipo di uomini fai parte?”, mi chiese quasi sospirando.
“Di quelli buoni,
o almeno credo”.
La sirena si voltò
verso me, compiendo una specie di rotazione di centottanta gradi sulla
pancia, cosicché ci ritrovammo faccia a faccia, e potei vederla bene in
volto.
Era bellissima, i
lampioni del lungomare mostravano due occhi chiari e grandi e i capelli
biondi ricci le cadevano
lunghi fino al principiare della lunga coda, come cascate immobili
ritratte in un dipinto. Aveva il volto spruzzato di lentiggini e la sua
pelle era candida come la neve. Rimasi colpito da tanta bellezza, quasi
senza fiato. Era un essere senza età. Come reggiseno portava due
conchiglie, e mi meravigliai di constatare come gli scrittori, nella
loro fantasia, avevano indovinato come stavano davvero le cose.
“Cos’è
successo, giovane uomo buono, ti hanno tagliato la lingua?”, mi chiese
sorridendo.
“Si… cioè,
no… sei immensamente… bellissima”, le risposi, tartagliando,
dicendole le prime cose che mi vennero in mente.
Lei si avvicinò a
me ancora un po’, saltellando sulla pancia come farebbe una piccola
foca per muoversi sul ghiaccio dell’Antartide in modo da ritrovarci a
guardarci negli occhi, le punte dei nasi che si toccavano.
“Come ti
chiami”, chiese. Le dissi il mio nome, non senza difficoltà,
totalmente rapito dal suo sguardo quasi ipnotico e immenso, che si
apriva su spazi infiniti e bellissimi. “Io mi chiamo Astrid”, disse.
Ricordo nitidamente
la sua voce
(Astrid)
e l’effetto di
calma che si spanse in me, grazie a quella unica parola. Capii che
quella che stavo ascoltando era la voce del mare, e l’avevo ascoltata
fino a quel momento senza rendermene conto, in tutti i suoi aspetti:
arrabbiata, dolce, sensuale, sorridente. Astrid era il mare, e il mare
attraverso di lei parlava come aveva parlato ad Ulisse legato
all’albero maestro della sua nave.
Dal mare giunse in
quell’istante una voce, che però era sicuramente umana. Infatti una
barca si stava avvicinando alla spiaggia, e anche se non la si vedeva
capii che erano i pescatori che rientravano dalla lucina sopra
all’albero maestro. Astrid mi guardò quasi spaventata, i suoi occhi
grandi erano spalancati. Se fosse rimasta lì i pescatori l’avrebbero
sicuramente vista e si sarebbero chiesti quale strana malformazione alle
gambe potesse avere quella ragazza, o peggio ancora avrebbero potuto
vedere di più, spinti dalla curiosità, la pinna lucente e la coda
marroncina.
Dovevo trovare una
soluzione. Lei non poteva tornare in mare, i pescatori avrebbero
sicuramente notato il movimento dell’acqua inconsueto per la calma che
c’era.
“Che facciamo?!
Non posso farmi vedere”, disse con una nota di paura nella voce.
“Vieni qui vicino
a me”, le risposi, coprendo la distanza tra me e la barchetta bianca
con un salto e prendendo il
giubbino che avevo lasciato appoggiato.
“Vuoi che mi
vedano? Se vengo lì la prima cosa che si noterà è che ho una coda di
pesce al posto delle gambe!”
Tornai e mi sedetti
vicino a lei.
“Piega le gambe…
cioè la coda… o come si chiama”, le dissi, un po’ imbarazzato.
Lei fece come le chiesi e le coprii la pinna con il giubbino. Lei, forse
per tenersi in equilibrio, mise il suo braccio attorno al mio fianco, e
non potei nascondere un piccolo sorrisetto che mi incurvò le labbra.
Ero felice che l’avesse fatto.
La barca arrivò
sulla battigia, e i pescatori scesero, portando a riva le reti vuote,
segno che la pesca non aveva avuto l’esito sperato. Non sono sicuro,
ma mi parve di sentire Astrid percorsa da un brivido a quella vista.
Erano in due, uno anziano e uno più giovane, sulla cinquantina.
L’anziano, che doveva avere all’incirca una settantina d’anni e
una vita passata più spesso in mare aperto che a casa, ci guardò e
sorrise sotto due folti baffi bianchi.
“Benedetta gioventù
che ancora conosce l’amore e le cose belle! Non capita più tanto
spesso di vedere una giovane coppietta di innamorati seduti sulla
spiaggia a tarda notte a guardare il mare! Ah, se sapeste, ai miei tempi
era tutto diverso!”.
Non potei fare a
meno di sorridere a quelle parole, e anche Astrid fece lo stesso.
L’uomo posò a terra le reti e continuò con la sua ondata di ricordi.
“Ai miei tempi si
corteggiavano le ragazze offrendogli fiori, invitandole a passeggiare
sul lungomare per vedere le stelle, portandole a prendere il gelato nei
bar. Ora purtroppo non è più così, non si vedono più le coppie di
innamorati seduti sulla spiaggia a tarda notte…”
“Papà, questo
l’hai già detto prima”, intervenne l’uomo più giovane mentre
tornava alla barca.
“Ah davvero? La
memoria inizia a farmi brutti scherzi!”, rispose con un sorriso,
accettando serenamente l’osservazione fattagli dal figlio. Detto
questo tornò verso la barca, e vedendolo da dietro non si sarebbe mai
detto che avesse già un figlio che aveva visto all’incirca mezzo
secolo di vita di questa terra.
Se ne andarono
lasciando le reti sulla sabbia, cosa che dovevano fare abitualmente,
perché non avevano dato impressione di preoccuparsi che due sconosciuto
potessero vederli. La barca prese di nuovo il largo, e io e Astrid la
guardammo allontanarsi dalla riva e ritornare ad essere un puntino
luminoso in mezzo a tanti altri.
Astrid si sciolse
dall’abbraccio e mi diede il giubbino, scoprendo la coda.
“Sarà meglio che
vada”, mi disse. “Non posso rischiare che qualcuno mi veda”.
“Resta
ancora un po’”, le proposi. Non mi andava di perdere quel prodigio
della natura ma soprattutto sapevo che se fosse tornata in mare non
l’avrei più rivista. Ci sono cose che capitano solo una volta nella
vita, e quell’incontro era una di queste cose. Una sirena sulla
spiaggia. Una ragazza bellissima che veniva dal mare.
“Lo vorrei molto,
davvero, ma purtroppo sono costretta ad andare. Ho già infranto una
delle leggi principali del mare, ossia che tutto ciò che è nato al di
sotto della superficie dell’acqua deve restarci. Sono leggi che hanno
rispettato tutti, ad eccezione forse di Ariel, ma poi lei è diventata
famosa per la sua storia con quel famoso scrittore danese”.
Si diresse verso
l’acqua calma del mare. Conoscevo quella ragazza da molto meno di
dodici ore, e ora vederla andare verso il mare mi chiuse la bocca dello
stomaco.
“Resta”, dissi,
con un sussurro. Lei mi guardò e tornò verso di me. Mi accarezzò una
guancia e posò le sue labbra sopra le mie, e ci baciammo dolcemente. La
mia bocca venne pervasa da un aroma bellissimo, per niente salato come
avrei creduto che fosse, che mi fece venire alla mente l’immagine di
un campo di margherite in primavera. Mentre la baciavo la abbracciai
dolcemente, ascoltando il suo respiro lento, e lei ricambiò il mio
abbraccio stringendomi forte, le sue mani nei miei capelli. Credevo di
essere arrivato in paradiso, il paradiso che l’amore prepara per tutti
dentro di noi.
Astrid, dopo avermi
baciato ma rimanendo sempre tra le mie braccia, mi guardò negli occhi e
mi disse:
“Non sperare in un
amore impossibile. Non rimanere troppo attaccato ai ricordi,
specialmente se questi fanno male, perché la vita scorre senza guardare
in faccia a nessuno. Se fossi una donna della terra sarei stata bene con
te, mi sarei sentita come ho sempre sognato di essere, ma sono una
creatura del mare, è questa la mia natura”.
Quelle parole mi
fecero capire che quell’incontro eccezionale non si sarebbe più
ripetuto, smentendo la mia convinzione che nella Storia tutto si ripete
almeno due volte. Forse era giusto così, le creature del mare
nell’acqua e gli uomini sulla terra.
Non seppi cosa
risponderle, e lei dovette capirlo, perché mi disse:
“Non devi dire
niente, il tuo bacio mi ha già detto tutto. Quando entrerai
nell’acqua del mare, ogni dove sei, pensami, fai un sorriso e poi
dimenticami fino al prossimo bagno. Non soffermarti troppo sul mio
ricordo, perché probabilmente ti darebbe solo dolore, e non è
giusto”. Detto questo si sciolse dall’abbraccio e, come un fulmine,
si tuffò nell’acqua, lasciandola quasi immobile.
Mi alzai e mi
avvicinai all’acqua. Vidi la sua testa comparire poco lontano dalla
riva, quasi un’ombra.
“Avevi ragione”,
mi urlò. “Tu sei un uomo, ma fai parte di quelli buoni”.
Poi, tirò fuori la
mano dall’acqua e mi salutò. Io ricambiai il saluto e lei si inabissò
verso chissà quali città marine, mentre io restai sulla spiaggia con
il suo volto più vivo che mai nella mente e il suo sapore nella bocca e
sulle labbra. Non le avevo detto niente prima di vederla scomparire, ma
sono sicuro che lei sapesse cosa volevo dirle.
Ancora oggi, ad
alcuni anni di distanza, la sua voce, la voce del mare, rimbalza nella
mia mente come l’eco in una casa vuota, e spesso mi trovo a cercare i
suoi capelli biondi o i suoi grandi occhi chiari nelle altre ragazze,
restando sempre un po’ deluso.
Forse è stato solo
un sogno ad occhi aperti, un sogno che per un po’ mi ha fatto
soffrire, ma anche se è stato un sogno, c’è una cosa che non ho più
fatto da quel giorno.
Non sono più andato
al mare.
Dalyn
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