|
La
leggenda
1635
Nell’anno
del Signore 1635, il piccolo paese riposava nel silenzio del buio. La
neve cadeva fitta in una fredda notte di novembre, ma questo sembrava
non preoccupare affatto il gruppo di contadini e lavoratori che si era
riunito in una piccola cascina diroccata appena fuori dall’abitato,
ognuno con gli attrezzi del proprio mestiere in mano.
Il motivo dell’improvvisata assemblea
era chiaro a tutti fin dall’inizio: il paese era sotto l’effetto di
una maledizione. Tutti, nessuno escluso, erano convinti di questo fatto,
e molti sapevano dove individuare i responsabili di questa condanna.
Il bosco Canito sorgeva oltre la
piccola cascina dov’erano gli uomini, ed era un bosco composto da
faggi e querce, per molti inattraversabile a
causa degli spiriti che l’abitavano. Ma quella sera gli spiriti
erano stati messi al bando dalla rabbia e dalla sete di “giustizia”
degli uomini.
Il gruppo, composto da una cinquantina
tra contadini e altri lavoratori, si diresse verso il bosco, brandendo
gli attrezzi come armi contro chiunque si fosse messo tra loro e
l’obbiettivo prefissato: le quattro streghe.
Le donne erano al centro della selva,
in una piccola radura, e, mentre una di loro tagliava la
testa ad una gallina, un’altra stava ravvivando un fuocherello.
Le altre due stavano amoreggiando sotto una pianta e sopra le loro teste
pendeva un gatto nero impiccato.
Gli uomini arrivarono sul luogo senza
fare il minimo rumore, e rimasero di sasso nel constatare che avevano
ragione: davanti ai loro occhi avevano una chiara manifestazione di
stregoneria, e questo fece crescere in loro la rabbia, in quanto
consideravano le quattro donne la causa dell’epidemia di peste che
cinque anni prima aveva decimato la popolazione del territorio. Il
silenzio dello stupore e della rabbia tolse loro la parola, finché
qualcuno urlò:
“Al rogo!”.
Le donne, colte di sorpresa, smisero di
fare qualsiasi cosa; le due innamorate lasciarono da parte le loro
effusioni, mentre gli uomini, alzando al cielo i loro strumenti di
lavoro, uscirono dalla vegetazione, e un boato di voci favorevoli alla
soluzione si levò alto. Le quattro cercarono di fuggire, ma subito
vennero circondate e agguantate dagli uomini, legate con la schiena
l’una contro l’altra e tenute sotto controllo da un ragazzo mentre
gli altri raccoglievano la legna per il rogo, cercando quella più
asciutta possibile.
Il ragazzo posto a sorvegliare le
streghe era poco più che ventenne e teneva in mano un badile. Tremava
dal freddo, e ai piedi aveva un paio di zoccoli di legno.
Le guardò, ancora un po’
incredulo di aver davanti a sé degli esseri maligni. Non le aveva mai
viste in paese, ma sapeva della loro esistenza e sapeva anche che a
volte c’erano dei furti nei pollai, di notte. Ora si spiegava il
mistero. Ma, nonostante questo, le guardò e pensò che per essere
streghe erano molto belle: quella che stava vicino al fuoco al loro
arrivo era bionda, e teneva la testa appoggiata sulle ginocchia,
rannicchiandosi contro le altre. Le due “amanti” avevano i capelli
castani e parlottavano tra loro, a volte ridendo, a volte piangendo.
Forse sapevano che il loro destino era ormai segnato. L’ultima, quella
che stava tagliando la testa alla gallina, aveva dei lunghi capelli
rossi che le cadevano sulle spalle e intensi occhi verdi che rilucevano
del riflesso della luce delle torce che gli uomini si erano portati
appresso. Indossavano tutte delle tuniche, nonostante il freddo, ed
erano lise e bagnate dalla neve fuori stagione. Il ragazzo rimase
colpito dal fatto che solo “la rossa”, com’era stata chiamata
dagli uomini, indossasse una tunica bianca, mentre le altre indossavano
delle vesti nere e, a quanto pareva, non avevano soprannomi particolari.
“Ehi, ragazzo!”, lo chiamò “la
rossa”.
“Cosa vuoi, strega?”. Il giovane si
rese conto di non avere la voce ferma e sicura come avrebbe voluto.
Inoltre, il freddo lo faceva tartagliare, oltre che far tremare il
corpo.
“Come può essere che un ragazzo con
un corpo robusto come il tuo tremi come una fogliolina al vento?”. La
voce della strega era calda e avvolgente, come una dolce musica che gli
riempì le orecchie.
“Il freddo è freddo per tutti, sia
per un uomo che per un ragazzo”, rispose, quasi con gentilezza. Notò
che la donna e le sue compagne non tremavano, sembrava non sentissero
freddo nonostante la neve cadesse loro addosso come su tutti i presenti
nella radura, inoltre erano anche sedute in terra.
“Allora perché non vieni qui in
mezzo? Ci pensiamo noi a scaldarti, giovane uomo”.
Il ragazzo rimase interdetto da quella
proposta. Sentì un brivido di eccitazione percorrerlo e pensò quasi di
accettare. Si avvicinò alla donna, quando una voce dietro di lui lo
bloccò:
“Ragazzo, non farti ingannare! Quelle
donne sono serve del demonio!”.
Si voltò e vide il fattore della
Bondenta, una cascina posta fuori dal piccolo abitato. Aveva in mano dei
pezzi di legna appenda tagliata e lo guardava torvo.
“Hai in mano un badile”, continuò
l’uomo, “ sii puro per quando scaverai loro la fossa”.
Il ragazzo sapeva che non ci sarebbero
state fosse, a meno che si decidesse di spegnere il rogo prima che si
fosse consumato da solo.
Nella radura arrivò anche il parroco
del paese, don Marco Antonio Fusari. Non si avvicinò mai alle quattro
donne, ma spesso le guardava per esaminarle, mentre pregava per le loro
anime ormai perse.
Si risolse il problema della legna
bagnata con della paglia, che venne sparsa sulla catasta fino a
ricoprirla quasi completamente. Le donne vennero legate ad un palo posto
nel centro di quello che sarebbe stato il rogo e non opposero
resistenza: sembravano ormai rassegnate davanti al Destino. Quando
furono assicurate al palo e tutti i presenti furono allontanati, le
donne rimasero sole in cima e don Marco uscì dal suo silenzio.
“Donne!”, tuonò. “Siete accusate
di stregoneria e perversione e siete state condannate al rogo! Come vi
dichiarate?”. Pareva che la sua voce contenesse la collera divina.
Dopo un attimo di silenzio “la
rossa” urlò, isterica e scandendo ogni parola:
“Noi ci dichiariamo… streghe!” e
proruppe in una risata delirante. Le altre tre donne si animarono
all’improvviso e iniziarono a saltare ed urlare, per quello che le
corde che le legavano al palo glielo consentivano. Molti dei presenti si
fecero il segno della croce, mentre don Marco rimase impassibile.
“Siamo le serve del diavolo! Le
puttane del demonio!”
Le donne continuavano a ridere e a
cantare canzoni blasfeme, anche quando ormai il fuoco che
ardeva aveva iniziato a bruciar loro i piedi e le vesti. Il rogo
non si consumò fino alla mattina seguente, alzando grandi fiamme
visibili a grande distanza, e durante la notte il fumo raggiunse
l’abitato, portando le ceneri della legna e delle donne. La leggenda
narra che, grazie al calore sprigionato, la neve si sciolse nella radura
e sulle piante del bosco Canito, ma anche nei campi circostanti.
Ai nostri giorni del bosco resta solo
una piccola macchia di alberi, e molte persone (in particolare anziani e
agricoltori) dicono di udire ancora le voci delle streghe che ardono sul
rogo, specialmente nelle notti di novembre.
Ma quell’anno, a novembre, successe
qualcosa di incredibilmente spaventoso.
Il cimitero
Il
sole stava ormai tramontando e il giorno moriva lentamente. L’ultima
luce del pomeriggio bagnava le tombe immobili circondate dal pavimento
di ghiaia, interrotto solo da un corridoio di cemento piastrellato che
correva da nord a sud per metà della lunghezza del cimitero e poi si
diramava in direzione est-ovest, formando una T tra le tombe poste in
terra. Il lato lungo della T conduceva all’ingresso principale del
cimitero, che null’altro era che tre gradini sormontati da un piccolo
portichetto esagonale. Arrivando al punto di congiunzione tra i due
segmenti della T e procedendo verso ovest si giungeva ad una parete con
delle tombe poste l’una sopra l’altra (i cosiddetti colombari),
mentre verso est si arrivava ad una piccola chiesa, nella quale erano
sepolti i defunti parroci del paesello.
La chiesetta, una piccola costruzione
rettangolare posta nel centro ideale del cimitero e composta da una
piccola navata e due sacrestie ai lati di questa, era una costruzione
piuttosto recente. Non veniva utilizzata spesso, ad eccezione di quando
c’erano i funerali o le messe in suffragio dei defunti. Dietro ad essa
due cappelle famigliari conservavano le spoglie mortali di alcuni
paesani.
Il muro di cinta a nord era costituito
da colombari divisi in tre sezioni e due cappelle ai lati
dell’ingresso; il muro a est era intervallato da un cancello con
affiancati i bagni e subito dopo le piccole lapidi che custodivano le
vecchie ossa rimanenti di persone morte ormai da decenni. Il lato sud
era la proiezione di quello nord, con altri colombari suddivisi in tre
sezioni e tre piccole cappelle famigliari. Sul lato ovest, i colombari
erano affiancati da due piccoli cancelli che costituivano una
protezione.
Nel centro, davanti alla chiesa, le
lapidi giacevano tranquille e un po’ storte nella fredda terra,
immobili nel tempo e con ogni clima: con la pioggia, coperte dalla neve
o sotto il sole cocente dell’estate.
Ma in quella giornata, l’ultima di
ottobre, il sole che stava tramontando lasciava il posto alle ombre e al
freddo della sera. I cancelli del cimitero rimanevano aperti
ventiquattro ore al giorno, e chiunque poteva entrare.
E uscire.
La
seduta
Quando
era ormai calata la sera, le strade si popolarono di bambini vestiti
come a carnevale: fantasmi, mostri e streghe. Di Arlecchini non ce
n’erano, ma la cosa sembrava non preoccupare nessuno.
Halloween era una notte molto
affascinante e nel paesello assumeva un’aria ancora più misteriosa,
grazie anche ai luoghi bui e alle leggende che ogni anno venivano
narrate alla luce di una candela. Gruppetti di ragazzi si aggiravano per
le vie, ridendo e scherzando come se la notte fosse giorno, altri
restavano sulle panchine a mangiare i dolci che qualcuno aveva regalato
loro.
E su una di queste panchine, nelle
vicinanze della stazione ferroviaria, stavano seduti due ragazzi e due
ragazze, all’incirca quindicenni, con le “lucciole” delle
sigarette che brillavano nella semioscurità. Le “panchine della
stazione” (tutto nei paesi è soprannominato) erano il posto ideale
per fumare senza essere visti.
Le ragazze indossavano abiti strappati
e neri, con gonne a fronzoli che ondeggiavano nell’aria fredda della
sera. Erano delle streghe moderne, con il cerone in faccia per
impallidirsi e il fondotinta sotto
gli occhi.
“Ragazzi, che freddo”, disse Laura,
una delle streghette.
“Neanche tanto”, rispose Marco
tremando, l’unico dei quattro a non essere mascherato.
“Però quest’anno Halloween è
piuttosto noioso”, commentò Luca, l’altro ragazzo che come costume
aveva scelto dei vestiti smessi e una maschera raffigurante un teschio.
“Almeno l’anno scorso eravamo al caldo”.
“Già, all’oratorio sotto gli occhi
del prete…che meraviglia!”, disse sarcastica Laura. “Preferisco
stare qui al freddo e fare quello che voglio piuttosto che là sotto
osservazione!”.
Ci fu un attimo di silenzio, dopo il
quale Lucia disse:
“E se facessimo una seduta
spiritica?”.
Il momento di silenzio che c’era
stato prima non fu nulla in confronto a quello che avvolse tutto in
quell’istante. Una civetta strepitò da qualche parte nei campi.
“Io ci sto”, disse Laura. Guardò
Marco e Luca. “E voi?”.
Marco annui. Luca era dubbioso.
“Io non so… non mi piacciono queste
cose…”, balbettò.
“Non preoccuparti, non succederà
niente!”, lo rassicurò Marco. “Nessuno di noi sa fare una seduta
spiritica, quindi non c’è pericolo, tranquillo!”.
Ma nonostante questo, il ragazzo
continuava a dubitare, anche se la cosa lo attraeva. Credeva
nell’aldilà e non aveva mai partecipato a riti legati all’esoterismo
e al lato oscuro del mondo, e la cosa lo attirava molto. Alla fine
accettò.
Laura accese una candela che stava nella borsetta che portava con
sé in ogni momento della giornata e la pose in terra. I quattro giovani
si presero per mano e si disposero a cerchio attorno alla candela e
decisero che fosse Lucia, data che l’idea era stata sua, ad invocare
gli spiriti.
“Ma chi devo invocare, per la
precisione?”, chiese. La sua voce era tranquilla.
A questo non avevano pensato. Migliaia
di spiriti popolavano il mondo dell’oscurità (o della luce, a seconda
dei punti di vista) e alcuni di loro erano buoni, altri cattivi.
Bisognava invocare quelli giusti.
“Perché non proviamo con il muto del
mulino?”, propose Marco. Il muto del mulino aveva ucciso la moglie e
le due figlie con un’accetta da boscaiolo, facendole a pezzi.
Successivamente si era suicidato impiccandosi.
“No, cerchiamo qualcuno di più
misterioso, un po’ più oscuro”, disse Laura.
Lucia disse:
“Charles Manson, invochiamo il suo
spirito”.
Fu Marco a risponderle: “Ma è ancora
vivo! Non si possono invocare gli spiriti dei vivi!”.
“Chiamiamo le streghe”.
La voce di Luca parve congelare i
pensieri di tutti, ma ognuno di loro pensò che cadeva a pennello. Le
streghe bruciate sul rogo nel 1635 erano senz’altro gli spiriti giusti
da invocare nella notte di Halloween.
La loro
notte.
“Streghe!”, esordì Lucia, gli occhi chiusi e la testa volta
verso il cielo. La fiammella della candela continuava ad ardere al
centro del cerchio. L’espressione di Luca si fece seria.
“Streghe del nostro paese, bruciate
sul rogo nel lontano 1635, venite a noi!”. La ragazza stava inventando
le parole, ma era inquietante. La stretta delle sue mani si fece sempre
più forte, Laura e Luca si guardarono a vicenda.
“Streghe!”. Lucia stava iniziando
ad urlare, sempre più trascinata dal suo ruolo di “medium”
improvvisato. “Venite a noi! Dateci un segno della vostra presenza nel
regno dei morti!”
All’improvviso si alzò il vento, con
folate che trasportavano le foglie morte e muovevano i rami secchi e
scheletrici degli alberi.
“Streghe!”, chiamò per la terza
volta. “Invochiamo il vostro spirito! Tornate tra noi questa sera, per
questa notte, mostratevi!”.
A questo comando la fiamma della
candela si alzò, diventando più calda e illuminando tutto attorno a
loro come una torcia. La luce dei lampioni tremolava, quasi fosse scossa
dal vento. Luca sapeva che qualcosa era andato storto e, preso dalla
paura, cercò di sciogliersi dalla stretta di Lucia, ma lei non lo
mollava. Le diede uno strattone, ma lei era sempre con il volto rivolto
verso l’alto e gli occhi chiusi e pareva non udire nulla.
“Non rompete il cerchio!”, esclamò
all’improvviso.
Marco e Laura tentarono di lasciarsi le
mani ma si accorsero di non riuscirci, era come avere un filo che li
legava stretti e non gli consentiva di muoversi. Lucia sembrava non
provare alcun timore, ed era immobile come una statua, mentre gli altri
tre giovani erano spaventati.
La candela continuava ad ardere, mentre
la fiamma si ingrossava sempre di più. Sempre più grossa. Sempre di più.
“Arrivano!”, urlò Lucia, facendo
sobbalzare tutti.
La candela esplose andando in migliaia
di piccoli pezzi fusi e, nello stesso istante dell’esplosione, una
lingua di fuoco si sprigionò dai capelli della ragazza. L’esplosione
ebbe una forza tale da spingere Marco, Luca e Laura a terra, mentre
Lucia venne sbalzata sulla panchina con i capelli in fiamme. Il cerchio
venne rotto e la calma tornò all’improvviso; il vento cadde e le luci
dei lampioni tornarono stabili.
Marco tolse il giubbetto che indossava
e si lanciò su Lucia, cercando di soffocare le fiamme che continuavano
a divamparle sulla testa, mentre la ragazza sembrava non accorgersi di
nulla, non diceva una parola e aveva lo sguardo fisso nel vuoto.
“Lucy! Stai bene? Lucy!”, la chiamò
Laura, scuotendola forte come fosse un sacco di patate.
Lei parve riprendersi e dopo aver
sbattuto le palpebre come se uscisse da un sonno profondo, un sorriso le
inarcò le labbra.
“È stato bellissimo”, disse con un
sussurro.
“Ma ti sei bruciata i capelli!”, le
fece notare Luca. Lei parve non udirlo nemmeno, tuttavia si portò la
mano destra sulla testa, tra i capelli bruciati che emanavano un forte
odore di strinato. Lei continuava a sorridere.
“È stato bellissimo”, ripetè.
La visione
Massimo
lasciò la vecchia chiesa che ormai erano passate le ventitrè e mezza.
Il suo lavoro di giornalista per un quotidiano locale l’aveva portato
a visitare quel gioiello di architettura barocca che era la chiesa
sconsacrata del paesello, un edificio piccolo ma ricco di arte e di
significato.
Tra tutti gli affreschi meravigliosi
raffiguranti la vita dei santi e di Cristo, uno che gli era sembrato
altamente fuori luogo l’aveva lasciato un po’ inquieto. L’affresco
raffigurava quattro donne legate ad un palo e bruciate sul rogo con
l’accusa di stregoneria nell’anno 1635.
Il freddo di novembre riempiva tutti
gli spazi esterni alle case; Massimo salì in macchina e l’avviò. Non
riusciva a darsi spiegazione di quella rappresentazione e si chiese
quante donne (e uomini) avessero fatto la stessa terribile fine per
delle accuse forse infondate.
La Chiesa
, nella sua furia purificatrice, si era fatta paladina di una nuova
crociata, basata sulle torture e sul fuoco dei roghi, ignorando il più
delle volte che i veri “stregoni” si nascondevano tra le sue fila.
Dopo alcuni istanti che il motore
faceva le fusa sotto il cofano, dai bocchettoni interni iniziò ad
uscire un po’ di calore. Massimo era seduto al posto di guida, il
silenzio che faceva da sfondo ai suoi pensieri lo metteva a disagio.
Decise di accendere la radio, ma quando premette il pulsante di
accensione dagli altoparlanti uscirono solo scariche di energia statica.
Fece passare tutte le stazioni, ma non uscì nemmeno una nota.
Spense la radio e ripiombò nel
silenzio. Il rumore del motore era diventato come un ronzio lontano e
rilassante. Poi, all’improvviso, qualcosa gli fece gelare il sangue
nelle vene.
“Massimo”.
La voce femminile che lo chiamava era
come un sussurro, ma Massimo lo udiva distintamente, e la cosa che più
lo impauriva era che proveniva dall’interno dell’auto, ma a bordo
c’era solo lui. Si convinse di averlo immaginato. Non c’era nessun
motivo per sostenere il contrario.
“Massimo!”.
Stavolta la voce era più forte, e
proveniva dal lato del passeggero. Non se l’era immaginato, era
sicuro. Goccioline di sudore freddo iniziarono ad imperlargli la fronte.
La donna era vicino a lui, la sua
presenza palpabile. Si voltò e la vide, seduta sul sedile del
passeggero, per pochi istanti, dopodichè sparì. La paura si insinuò
in lui. Con dei movimenti scoordinati aprì la portiera dell’auto e
scese, correndo nel centro della piazza, lontano dalla macchina. Si
guardò intorno, nella piazza vuota, il respiro affannato. Sentì le
gambe cedere, così decise di sedersi sui gradini della chiesa per
calmarsi.
E fu allora che la vide apparire.
Sospesa a mezz’aria c’era una
donna, in veste bianca e lunghi capelli rossi, ma Massimo non riuscì a
vedere in lei la donna dell’affresco che aveva visto non più di due
ore prima nella chiesa. Il vento cominciò a spirare forte, trasportando
foglie e muovendo la veste e i capelli della donna, proprio quando la
seduta spiritica dei ragazzi aveva inizio. Poteva sembrare una creatura
angelica, ma lui sapeva che non era così. Sapeva che non aveva nulla a
che fare con Dio.
“Massimo”, lo chiamò lei.
“Chi sei?”, chiese lui impaurito.
Non aveva mai visto quella donna e ne avrebbe fatto volentieri a meno in
quel momento, nonostante la sua bellezza. Soprattutto non aveva mai
visto nessuno volare. “Cosa vuoi da me?”.
“Quante domande!”, gli rispose la
donna con una risata e dietro di lei, chissà come, spuntarono altre tre
donne vestite di nero. “Massimo caro”, continuò “la rossa”.
“Le streghe sono tornate”.
Il ragazzo vide le quattro donne
avvicinarsi a lui, minacciosamente, mentre il campanile della chiesa
batteva la mezzanotte.
I morti non
camminano
Il
buio della notte nel cimitero sembrava ancora più fitto.
Una civetta solitaria si posò sopra la
statua posta su una lapide, una piccola madonnina ingrigita dal tempo e
dalle intemperie, emettendo il suo fischio da creatura notturna.
L’unica luce che tagliava debolmente l’oscurità proveniva dai
fuochi fatui (i lumini) posti sopra le tombe.
Un rumore di fondo, come un battito
ritmato, fece diventare guardinga la civetta che iniziò a guardarsi
intorno. Il rumore non accennava a diminuire ma anzi aumentava sempre più,
nonostante pareva arrivare da lontano.
(
tum, tum, tum, tum, tum )
La civetta roteò la testa, forse
insospettita da quel rumore che non gli lasciava godere la pace e la
tranquillità del cimitero di notte. Il battito divenne sempre più
forte, aumentando costantemente, finché improvvisamente cessò come era
iniziato.
Una mano ruppe la lapide sotto la
civetta, facendola scappare con uno stridio e spargendo pezzi di marmo
ovunque; altre lapidi si ruppero e da ognuna la prima cosa che uscì
furono una mano o un piede. Le bare erano state rotte e la terra che le
ricopriva era stata rimossa e ciò che uscì dalle tombe era la morte
stessa: corpi in putrefazione, carni cadenti e odore di marcio. I corpi
uscirono dalla fredda terra con addosso i brandelli di vestiti con cui
erano stati sepolti, anche se non avevano nulla delle persone che erano
state in vita; ora erano macchine di carne morta assettate di sangue
umano, senza uno spirito e senza un’anima.
Il tempo ha la meglio anche sui morti,
così ci furono corpi senza arti, volti senza mascelle e occhi, spoglie
con la pelle penzolante a rivelare ossa ammuffite, gambe e braccia
rattrappite a causa dello stiramento dei nervi e dei muscoli o di quello
che ne era rimasto.
La decomposizione stava lavorando e con
essa anche le creature della terra come topi e vermi che vedevano in
ogni corpo un invito a nozze.
Ma quella sera anche queste creature
della notte rimanevano nascoste, impaurite dall’ombra del male che si
era allargata su quel luogo.
La morte stava camminando sulla terra.
La fuga
Massimo,
appena vide le quattro donne che si avvicinavano a lui, fu preso dal
terrore. Mentre la distanza tra lui e le streghe diminuiva, sentì il
vento gelido della morte sul volto e dentro di lui, fin nel midollo. Era
come pietrificato, reso immobile dalla paura che saliva in lui. Non
riusciva a parlare, inchiodato com’era ai gradini.
“La rossa” si staccò dal gruppetto
e scese verso di lui, mentre le altre tre donne
si fermarono.
“Massimo”, disse con la voce calda
che aveva già tentato di sedurre il giovane posto di guarda perché non
scappassero trecentosettant’anni prima. “Baciami, unisciti a noi”.
La sua proposta gli fece suonare uno stuolo di campanelli d’allarme in
testa, nonostante da qualche parte, nelle recondite profondità della
sua mente, la trovava piuttosto allettante.
Poi la guardò negli occhi e iniziò a
rabbrividire. Al posto dei bulbi aveva due buchi neri, e in fondo a
questi le fiamme dell’Inferno. Il ragazzo balzò in piedi come una
molla e iniziò a correre, tra le urla di rabbia delle streghe che
presero ad inseguirlo sempre volando. Niente scopa nè bastoni,
sembravano la versione femminile di Peter Pan.
Massimo cercò di non pensare a
nient’altro all’infuori di correre, solo quello. Le donne gli
stavano alle costole e, nonostante in situazioni normali non gli sarebbe
passato per la mente di scappare, arrivato ad un bivio dove c’era un
fruttivendolo, chiuso a quell’ora della notte, scelse la via di
sinistra per cercare di allontanarle da sé.
Passò vicino ad un bar, chiuso per
turno quel giorno.
Il destino ha in serbo delle sorprese
per tutti noi, imperscrutabili agli occhi dei comuni mortali, che si
svelano in momenti inaspettati della vita. Una di queste “sorprese”
attendeva Massimo quella sera.
Infatti, si stava dirigendo di corsa
verso il cimitero.
La
sorpresa
Quando
Massimo arrivò vicino al cimitero vide una scena che lo lasciò senza
fiato. Il “plotone” di morti invadeva le strade e il piazzale
antistante il camposanto. Erano circa una sessantina e camminavano senza
una meta precisa in ogni direzione.
Un’auto di grossa cilindrata era
ribaltata in mezzo alla strada e il ragazzo che era al suo interno, un
ventenne in jeans giubbetto aperto sul davanti, era stato trascinato
fuori a forza dall’abitacolo dal cadavere di un uomo a cui mancava un
occhio e la cui carne cadeva dal volto e dalle braccia. L’odore che
emanava era forte e ripugnante, odore di marcio e di morte.
Massimo udì il ragazzo urlare e vide
il morto avventarsi sul collo del giovane, tenendogli ferme le braccia e
impedendogli ogni reazione. Avvinghiato al collo come una sanguisuga, il
cadavere diede uno strattone e il ragazzo, dopo aver urlato di dolore,
cadde a terra svenuto, mentre l’uomo morto si voltò verso il
giornalista, masticando qualcosa, con il sangue del giovane che gli
colava dal mento e dalla bocca. Massimo capì, stava mangiando un pezzo
di carne del ragazzo.
Era pietrificato dal terrore e dal
ribrezzo. Inoltre si accorse di trovarsi davanti ad un gruppo di donne
morte che lo osservavano immobili.
“Massimo”.
La voce della “rossa” gli entrò
nell’orecchio in un sussurro dolce. La strega era dietro di lui;
sentiva la sua presenza e il suo odore dolce e sensuale. Il vento le
faceva volare i capelli davanti agli occhi di lui, che sentì, o meglio
percepì come se fosse in un sogno, una mano che dal sedere gli sfiorò
il fianco e gli si fermò davanti, sopra la sua pancia. Lui non aveva la
forza di muoversi,. Ora sul giovane a terra si erano avventati una
decina di morti che lo stavano mangiando vivo. Le sue urla erano
agghiaccianti e risultarono fastidiose ai “commensali”, tanto che
uno di loro gli staccò di netto la testa con un solo, violento,
strattone. Gli altri cadaveri si divisero il resto del corpo tra
grugniti di soddisfazione.
Massimo era sotto choc. Nessun passante
a cui chiedere aiuto, nessun luogo dove scappare. Un dolore lancinante
lo fece svegliare dal suo stato semi catatonico: la mano della
“rossa” stava uscendo dal suo stomaco, sporca del suo sangue e
trascinando con se gli intestini. Quella vista gli tolse il fiato e non
emise un suono.
Gli occhi delle morte, per chi ancora
ne aveva, si illuminarono, per quanto risulti possibile per gli occhi di
un morto mezzo decomposto e un sorriso increspò le loro labbra marce.
“Vieni con noi”, gli sussurrò
“la rossa” all’orecchio, mentre la altre tre streghe ridevano
dietro di lui. Dopodichè lei gli diede una spinta verso quelle che una
volta erano state delle donne e ora erano solo un grande grumo di morte
ambulante che si avventarono su di lui con la bocca spalancata.
Il fiato tornò con forza a gonfiargli
i polmoni, ma purtroppo non poté far altro che urlare.
L’alba
La
mattina del 1 novembre, di buon ora, un gruppo di uomini si recò al
cimitero a constatare i danni. Le lapidi erano rotte e così anche le
bare che si intravedevano, ma i morti erano al loro posto.
Un altro gruppo di uomini era intento a
spostare l’auto ribaltata e a raccogliere i resti del ragazzo sparsi
sull’asfalto. Erano mischiato ai resti dei morti, mani, denti e ossa
varie, ma questo non faceva molta differenza. Venne raccolto tutto e
messo in alcuni sacchi neri. Tra questi resti finirono anche quelli di
Massimo.
“Non avremmo fatto bene ad
avvisarli?”, chiese un signore anziano mentre chiudeva un sacco.
“Forse, ma credo sia stato meglio così”,
gli rispose un uomo di mezza età con una cicatrice sul volto. “Se non
avessero trovato questi due disgraziati sarebbero venuti nelle nostre
case, i morti per noi e le streghe per i nostri bambini. È stato meglio
così”.
Alcuni ragazzi che abitavano nelle
vicinanze del cimitero erano affacciati alle finestre a vedere quelle
che in paese erano conosciute come “operazioni di pulizia”. Tra
questi ragazzi, anche la streghetta Lucia.
Il vecchio sospirò, continuando a
chiudere i sacchi neri.
Dalyn
|