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“Essere o non essere, questo è il dilemma” (Amleto – W. Shakespeare)
Chissà
se Shakespeare si riferiva a lui stesso quando scrisse questa frase.
William
Shakespeare, nacque a Stratford on Avon, Warwickshire, nel 1564, terzo
di otto figli, da John Shakespeare e Mary Arden. A diciotto anni, nel
1582, sposò Anne Hathaway, più grande di lui di otto anni. Dalla loro
unione nacquero Susanna e, nel 1585, i gemelli Hamnet e Judith.
Trascorse diversi anni a Londra, probabilmente lavorando come attore in
varie compagnie teatrali. Nel 1592 era già conosciuto come autore di
teatro e fra il 1594 e il 1595 scrisse i suoi grandi capolavori. Fece
parte dell'importante compagnia Chamberlain's Men (Attori
della compagnia del Ciambellano), che godrà di ininterrotto favore
a Corte prendendo sotto Giacomo I il nome di King's Men (Attori
della compagnia del re). Nel 1599 divenne socio del nuovo teatro The
Globe. Nei primi anni del 1600 si ritirò a Stratford nella dimora
chiamata "New Place". Morì il 23 aprile 1616 e venne sepolto
nel coro della chiesa dell'Holy Trinity. Non curò personalmente la
pubblicazione di nessuna delle sue opere.
Questa la
vita in poche righe del drammaturgo inglese; ma sono tutt’ora in molti
a supporre che William Shakespeare fosse solo un paravento dietro cui si
nascondevano vari autori, tanto diverse appaiono tra loro le sue opere,
sia nei contenuti che nello stile. Un tale dilemma può essere spiegato
dal fatto che mentre Shakespeare
in vita non si preoccupò di dare alle stampe le sue opere, queste
furono invece raccolte (almeno 36) nel 1623 da due attori della
compagnia di Shakespeare, John Heminges e Henry Condell, in
un’edizione denominata First Folio. Forse i due attori
risistemarono le opere, aggiungendo o togliendo alcune parti, e in
quest’ottica è normale chiedersi se Shakespeare fosse una persona in
carne ed ossa, uno dei più grandi drammaturghi di tutti i tempi, o solo
un impalpabile sogno, sognato da più uomini. Comunque sia, le sue opere
sono ormai divenute immortali, sonetti, commedie e tragedie dietro le
quali si nasconde una persona attenta agli avvenimenti della sua epoca e
non solo. Le sue tragedie hanno spesso come sfondo avvenimenti del
passato, mentre le sue commedie sembrano avere intrecci simili a quelli
delle tragedie greche, condite da un vivace gioco delle parti
abbondantemente sottile ed ironico. Il genio di Shakespeare non si ferma
però all’osservazione della realtà o alla rivisitazione della
storia, ma si spinge oltre, con due commedie in cui compaiono elementi
del mondo fantastico: Sogno di una
Notte di Mezza Estate e La
Tempesta, considerate le sue due uniche opere di genere fantastico
(anche se in Macbeth compare una strega).
Nella
prima si incrociano le vicende di Teseo, duca di Atene, e della sua
futura sposa Ippolita, regina delle Amazzoni; delle due coppie Ermia -
Lisandro e Demetrio - Elena; di una compagnia teatrale improvvisata che
reciterà la tragedia di Piramo e Tisbe alle nozze del duca ed infine
delle fate e dei loro signori: Oberon, con il suo fedele Puck, e Titania,
accompagnata dalla sua inseparabile corte di fate. Tutta la commedia
ruota attorno ad un fiore che Puck strofina sugli occhi dei vari
personaggi, creando equivoci a non finire, poiché il succo del fiore ha
la capacità di far innamorare della prima persona… o animale, su cui
si posano gli occhi al risveglio. Sicuramente Shakespeare ha attinto a
piene mani dal folklore anglosassone per creare il mondo delle fate,
magari arricchendolo con il dispettoso Puck, il cui carattere somiglia
molto più a quello di uno dei folletti nostrani. Il re e la regina
della fate appaiono bizzosi, pronti a compiere qualsiasi atto pur di
soddisfare i propri capricci. Le fate della corte appaiono legate al
mondo naturale e contadino, a partire dai loro nomi (Fior di Pisello,
Ragnatela). Danzano assieme alla loro signora, cedono alla corte
dell’intrepido Puck, a sua volta irriverente come non mai nei
confronti del suo signore, del quale confonde, più o meno
volontariamente, gli ordini. La prima volta che vidi Sogno
di una Notte di Mezza Estate in teatro rimasi colpita dalla
scenografia: fanciulle vestite di veli si muovevano attorno a finte
colonne drappeggiate di leggere stoffe. Mi resi conto in seguito che
questa commedia si presta alle più svariate ambientazioni e
interpretazioni, come ha dimostrato anche il regista Michael
Hoffman, con il suo film A
Midsummer Night's Dream del 1999, oppure Neil Gaiman, con il terzo
racconto a fumetti dell’album Le
Terre del Sogno, dove fa intendere che fu il Signore dei Sogni a
donare tanto genio ed inventiva al drammaturgo inglese.
“Immaginate
come se veduti ci aveste in sogno, e come una visione di fantasia la
nostra apparizione.”
È quel che dice Puck alla fine della commedia. Sogno e fantasia; echi,
stavolta, di corti nobiliari e leggende contadine. Shakespeare ci invita
a credere, se vogliamo, che la sua rappresentazione è stata solo un
sogno, un gioco della fantasia. E sembra di sentire la sua voce, anche a
secoli di distanza, riecheggiare tra le assi del palco vuoto.
Ne La Tempesta sono
chiari i riferimenti ad accadimenti avvenuti in Italia ai primi del
1300. La commedia si svolge interamente su un’isola, in un tempo
brevissimo, mentre il passato riaffiora tra i versi, svolgendosi pian
piano, come un gomitolo di lana, e sembra quasi un’introspezione dello
stesso autore, pronto a chiedere perdono per gli errori commessi e a
spezzare l’incanto creato da lui stesso con le sue opere.
Ariel,
spirito dell'aria, imprigionato dalla strega Sicorace nella spaccatura
di un pino, viene liberato da Prospero, Duca di Milano, che in cambio
del favore lo obbliga a lavorare al suo servizio. Per ordine di
Prospero, Ariel scatena una tempesta che fa naufragare una nave
sull'isola dove Prospero vive in esilio insieme a sua figlia Miranda.
Sulla nave si trova Ferdinando, Re di Napoli. Con l'aiuto di Ariel,
Prospero sventa i piani di Calibano, figlio deforme di Sicorace, e di
alcuni uomini che volevano la morte sia del duca che del re. Alla fine
tutto si risolve per il meglio: Ferdinando prende in sposa Miranda, i
cospiratori vengono puniti, Prospero viene riabilitato e Ariel ritrova
la sua libertà, a lungo agognata.
Anche questa commedia, come la precedente, ha ispirato vari lavori: il
film L'ultima Tempesta,
per la regia di Peter Greenaway (Prospero's Books 1991), e il fumetto Garen
Ewing's.
“I miei
incantesimi sono finiti;
sol mi
restano ora le mie forze,
piuttosto
scarse, per la verità.”
Recita Prospero alla fine di tutto e come lo stesso
Shakespeare forse ha pensato di sé stesso una volta finita
l’ispirazione, finiti i sogni, finita la voglia di continuare a
scrivere. E’ buffo che il drammaturgo abbia scelto proprio una
commedia fantastica per dare “l’addio alle scene”. Dopo aver
raccontato di intrecci tragici e comici, dopo aver sbirciato nelle vite
di nobili e popolani, utilizza uno spiritello dell’aria e un vecchio
mago per lasciare il suo testamento, o meglio, per fare una richiesta a
tutti noi, lettori di ogni epoca: di lasciarlo libero.
“Ora sta a
voi decidere, signori,
s'io debba
rimanere sempre qui,
racchiuso in
questo luogo solitario,
o partire
per Napoli con loro.
Ma spero che
non sia vostra vaghezza
ch'io resti
relegato su quest'isola
- e per
vostro incantesimo, in tal caso -
avendo
riottenuto il mio ducato
e perdonato
a tutti i traditori;
che vogliate
al contrario
magicamente
con le vostre mani
sciogliermi
e liberarmi da ogni laccio,
e gonfiare
col vostro fiato amico
le mie vele,
altrimenti è il fallimento
di tutto il
mio progetto
ch'era
quello di farvi divertire.”
Divertire, lo scopo in fondo di tutta la letteratura
fantastica… Tutto qui? Solo divertimento? Sì, in parte; eppure
dobbiamo riconoscere che spesso le storie fantastiche narrano in termini
fiabeschi di situazioni inerenti la realtà, alle volte raggiungendo
toni di vera poesia. Nonostante parlino di elfi, fate, draghi,
astronavi, fantasmi, molte storie riescono comunque ad emozionare,
nonostante lo spostamento dell’azione in varie realtà alternative, o
per lo meno emozionano una buona fetta di lettori, magari gli stessi che
poi sbadigliano davanti alle pagine aperte di un romanzo di genere non
fantastico.
“Il mondo è bello perché è vario” e questo Shakespeare
lo sapeva bene, vista la varietà di temi trattati nelle sue opere, o
magari è stato grazie alle numerose correzioni apportate dai suoi
collaboratori che oggi possiamo leggere tragedie e commedie così ben
costruite e ricche, vere muse ispiratrici per numerosi artisti di ogni
tempo.
Come suggerisce la cantautrice Loreena McKennitt in un verso
della sua canzone Prospero’s
Speech, riferita proprio al discorso di commiato di Prospero in
chiusura de La Tempesta:
“Let your indulgence set me free.”
Ancora la voce di William Shakespeare che echeggia sulla
scena abbandonata e sembra dire: siate indulgenti e lasciatemi libero,
libero di aver scritto tanto, libero di aver sognato tanto, libero di
far sognare i lettori di ogni tempo.
Mairi
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