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Chiudi gli occhi, Deedlith, e sogna...

Due occhi rossi la fissavano intensamente, troppo lontani tra loro per essere occhi umani, troppo alieni... Deedlith tentò di divincolarsi, di fuggire da quella visione, ma era tutto inutile. Quegli occhi sembravano volerle penetrare l'anima. Ad un tratto una voce gentile le sussurrò - Aiutami, Deedlith... aiutami... - poi tutto scomparve e lei cadde, cadde...

Quando aprì gli occhi si accorse di essere ancora ai piedi dell'albero sotto il quale si era addormentata dopo una lunga giornata di cammino. Era abituata a dormire all'addiaccio, avvolta solo nel mantello, senza altra protezione se non quella discreta del bosco e dei suoi abitanti. Era un'elfa, e la sua gente aveva stretto un patto fin dalla notte dei tempi con gli alberi e gli animali del bosco: reciproca protezione. Si stiracchiò e solo dopo essersi rimessa in piedi si accorse che il bosco non era proprio quello in cui si trovava la sera prima, e come se non bastasse i contorni delle cose che la circondavano erano sfumati, mentre i colori sembravano vividi e grossolani, come immagini tratteggiate in un... sogno... Era un sogno! Allarmata si guardò attorno, cercando tracce della presenza di un portale magico. Per quanto ne sapeva lei, poteva solo essere opera di una fata o di un mago, non trovava altre spiegazioni. Si avviò per un sentiero che serpeggiava tra querce e faggi. Foglie morte e umide attutivano i suoi passi e nessun rumore giungeva alle sue orecchie. Un silenzio innaturale sembrava avvolgere il bosco in un'immobilità sinistra. Strati di muschio verde scuro coprivano come morbide coltri i massi ai lati del sentiero mettendo in risalto folti gruppi di ciclamini di un viola acceso, unica nota di colore oltre il verde delle piante  e il bianco delle rocce calcaree. Proseguì sul sentiero, sempre più perplessa. Quando trovò la strada sbarrata da un intero cespuglio di biancospino, si fermò e, con estrema cautela, lo aggirò fino ad oltrepassarlo. Quel che vide oltre il biancospino la fece sussultare. Ad una certa distanza davanti a lei si ergeva uno splendido unicorno bianco che scosse la testa e ricambiò lo sguardo... gli stessi occhi rossi... Finalmente si rese conto che non erano soli. Tra lei e l'animale c'era un uomo, leggermente spostato di lato, sottovento rispetto all'unicorno e con l'arco pronto a scoccare una freccia, sicuramente fatale per l'animale.

- Nooooo!!!!!!! - Il grido di Deedlith echeggiò nel bosco. L'unicorno svanì come nebbia al sole del mattino mentre l'uomo si voltò piano verso di lei e, con l'arco ora puntato verso il suo cuore, le sibilò contro - L'hai fatto fuggire, ora pagherai per... - Non era un uomo era un elfo e l'aveva riconosciuta - Deedlith! Ma cosa... - L'elfa non gli lasciò terminare la frase; corse verso di lui e gli si gettò al collo con gioia - Aerdna!!! Cosa ci fai in questo sogno? Mi sei mancato! Da quando hai scelto di vivere con gli umani non sei più tornato a trovarci, io... credevo ti fosse accaduto qualcosa di brutto. - L'elfo lasciò cadere l'arco e strinse Deedlith tra le braccia e, delicatamente, asciugò con la punta di un dito una lacrima che già scorreva lungo il viso dell'elfa. - Oh Deed! Gli umani sono peggio di quel che credevo. Sono stato assunto da una nobile casata, quella del Conte di Exenteen, come cacciatore, e tutto sembrava andare bene, mi avevano accettato nonostante fossi un elfo, fin quando una delle figlie del Conte vide l'unicorno aggirarsi ai confini della tenuta di famiglia. Il Conte ordinò la cattura dell'unicorno, ma chiunque si apprestava a compiere l'impresa rimaneva vittima di strani incidenti. Così il Conte ordinò l'uccisione dell'unicorno, promettendo oro in quantità a chi gli avesse portato la testa dell'animale. La notizia si sparse per tutto il regno e i più abili cacciatori vennero a Exenteen per portare a termine quella che sembrava una facile impresa; eppure... Tutti i cacciatori perirono, tutti tranne me. Una forza misteriosa ci impediva anche solo di avvicinarci a quel maledetto animale... -  - Non dire così, Aerdna. L'unicorno è simbolo di purezza e innocenza; non può essere stato lui ad uccidere quegli uomini. Sicuramente la loro brama di ricchezza li ha portati alla morte. - - Innocenza? Purezza? Lo credevo anch'io da bambino, ora non più. Per colpa di quell'animale sono stato condannato a morte. Poiché ero l'unico dei cacciatori ad essere rimasto in vita, ed essendo un elfo, sia il popolo che i nobili chiesero a gran voce la mia testa. Dicono che io sia in combutta con l'unicorno e con il demonio, dicono che la mia morte vendicherà i loro uomini. Sono stato rinchiuso in una cella nel sotterraneo del maniero del Conte e da allora, ogni notte, faccio sempre lo stesso sogno: seguo le tracce dell'unicorno, lo trovo, incocco una freccia e poi tutto svanisce lasciandomi sudato e tremante ad attendere la mia morte. Deed... domani all'alba mi giustizieranno! - Deedlith guardò Aerdna senza capire, poi lo strinse ancora più forte a sé soffocando il pianto nella tunica dell'elfo. - Eppure... - cominciò esitante Aerdna - Eppure stanotte è diverso. Il sogno non è ancora finito, ed ho incontrato te... Forse è solo merito del mio desiderio di rivederti prima di morire... - Deedlith spalancò gli occhi e si allontanò da lui, agitando le mani  - No, no, non hai capito! Questo non è un sogno normale! L'unicorno mi ha chiesto aiuto, è stato lui a creare il sogno e ... - - ... e a farti giungere fin qui, dolce Deedlith! - Dal nulla si era materializzato l'unicorno. Il manto, d'un bianco abbagliante, fremeva e il lungo corno sulla fronte scintillava ai deboli raggi di un sole invisibile. Nessuno dei due elfi riuscì a proferire parola. L'unicorno continuò - Aerdna, ogni notte punti la freccia verso il mio cuore, ed ogni notte non lasci la corda dell'arco per darmi il colpo di grazia. Credi che sia io a volere ciò? Tu sei l'unico padrone dei tuoi sogni, come lo è Deedlith. Ho mandato lo stesso sogno ad ognuno dei cacciatori del Conte ed ognuno di loro mi ha ucciso in sogno centinaia di volte. Tu non puoi uccidermi, non vuoi... La tua purezza non è svanita. Onora il patto dei tuoi avi, elfo. Torna dal tuo popolo, proteggi il bosco e i suoi abitanti. Io ti rendo la libertà, e rendo a Deedlith il compagno di giochi perduto. Non ero io a chiedere aiuto, dolce Signora, era lui che cercava speranza. Hai avuto molto di più, elfo; non buttare via ciò che ti è stato donato. Non dimenticare... - Un refolo di vento prese vita ai piedi degli elfi trasformandosi in un vortice d'argento. l'ultima cosa che Deedlith vide furono due occhi rossi che la fissavano.

Deedlith si svegliò di soprassalto. Aveva fatto uno stranissimo sogno ed ora si sentiva completamente frastornata. Poggiò le mani a terra, pronta a tirarsi su, quando si accorse di un enorme fagotto vicino a lei... no, non era un fagotto, ma un mantello e dentro... Alzò con mano tremante un lembo di quella stoffa grigia e il viso tranquillo di Aerdna comparve tra le pieghe del mantello. Deedlith si diede un pizzicotto su un braccio... non stava sognando, non più. Avrebbe voluto svegliare Aerdna, abbracciarlo, stringerlo, ma decise di lasciarlo riposare ancora. Ora, dopo tanto tempo, l'elfo avrebbe finalmente potuto riposare in pace, lontano dagli uomini, lontano dalla morte, lontano dai tormenti. Aerdna era tornato a casa.

Un amico ritrovato e una speranza mai persa...

Ariel la fatina

 

 

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