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Chiudi gli occhi, Sussurro di Luna, e sogna...

Quando il vento e la pioggia la investirono con inaspettata violenza, Sussurro di Luna si rese conto che non poteva attardarsi oltre ad osservare la tetra costruzione che s'innalzava davanti a lei. Si chinò a raccogliere Minù, il suo gatto nero, lo strinse a sé sotto il pesante mantello, e si incamminò verso il ponte levatoio. Non conosceva bene il castello, era stata invitata a corte una sola volta più per essere esposta come curiosità alla festa del principe che per cortesia, essendo una delle poche streghe rimaste nella regione di Dlineth. Eppure sentiva che in quella strana notte, c’era qualcosa di diverso, forse di pericoloso.

Superò con circospezione il ponte e si avvicinò al portone principale. La pioggia, dopo aver superato la difesa dello spesso mantello di lana che indossava, le colava in rivoli lungo la schiena facendola rabbrividire. Su tutto sembrava aleggiare una lieve aura di terrore e putrefazione che a Sussurro di Luna sembrò aumentare dopo che ebbe superato l’entrata, stranamente deserta e incustodita.

Mentre avanzava rivide, con gli occhi della mente, il primo giorno in cui aveva attraversato il portico, piena di speranze e di belle illusioni, subito smontate quando si era trovata davanti alla corte. Occhiatine irrisorie, sussurri, risolini e, come se non bastasse, nel corso della serata si era resa conto che dietro lo sfarzo e il falso contegno, i nobili nascondevano vituperio, vendetta, cattiveria, avidità.

Ricordava anche il viso scarno e malato del principe, il suo sguardo triste e perso nel vuoto. Aveva sentito dire che la sua malattia era iniziata una settimana prima della festa e che la sua salute peggiorava di giorno in giorno. La chiamavano la maledizione del castello…

Un lamento lontano, proveniente dall’interno della costruzione principale, la fece trasalire. Minù saltò via e soffiando corse lontano, oltre il portico, fino a sparire dalla sua vista. Sussurro di Luna cercò di richiamarlo con voce debole – Minù, torna da me, Minù! –

Aveva paura ad alzare la voce, avrebbe voluto correre via da quel posto tetro ma non poteva allontanarsi senza il suo gatto, così si fece coraggio e avanzò fino all’entrata vera e propria del castello.

Un’altra porta aperta e nessuno in vista. L’atrio era immerso nel buio e lei a malapena riusciva a scorgere le porte dietro le quali si trovavano le scale che portavano ai piani superiori. Avanzò in punta di piedi, quasi strisciando contro il muro di pietra grigia e fredda, fino a giungere ad una delle porte interne. Accostò l’orecchio al legno lucido ma non udì alcun rumore. Piuttosto percepì un lieve ronzio e una vibrazione che sembrava partirle dai piedi e salirle dritta fino alle tempie. Abbassò lo sguardo. Il pavimento sembrava una normale distesa di assi di legno consunte... Assi di legno, perché non pietra? Si batté una mano sulla testa – Che stupida! La cantina! – o per lo meno le avevano detto che sotto la costruzione principale c’era la cantina; e se Minù fosse andato a finire laggiù? Sussurro non aveva visto il gatto infilarsi nella porta d’ingresso. Con un gesto di impazienza si inginocchiò sulle assi del pavimento e pose i palmi a contatto del legno. Era terrorizzata all’idea, ma se voleva ritrovare Minù doveva utilizzare i propri poteri di strega.

Inspirò ed espirò a fondo, poi si concentrò ed infine si abbandonò al potere che era dentro di lei. Lasciò vagare la mente nella sala buia, quindi giù, oltre il piano inferiore, fin nelle cantine, per arrivare a …

Ritrasse le mani di scatto, come se una fiamma le avesse lambite. Il gatto era laggiù, ma non lontano dall’animale si rintanava qualcosa di viscido e oscuro.

Si alzò velocemente in piedi, tolse il mantello fradicio di pioggia e si precipitò ad aprire una delle porte, sperando fosse quella giusta.

L’istinto l’aveva guidata, ma si accorse con gioia di aver indovinato: oltre la porta una stretta fila di scalini di legno scompariva verso il basso. C’era persino una torcia accesa infilata in un anello infisso al muro; l’afferrò e iniziò a scendere gli scalini, con il cuore che le martellava in petto.

- Grande Madre, fa che non sia accaduto nulla di male a Minù! – La sua preghiera bisbigliata risuonò debole nello spazio angusto. La discesa non durò molto, dopo un paio di rampe la torcia illuminò un corridoio stretto e lungo alle cui pareti erano appesi un’infinità di quadri. Sussurro avanzò timorosa al centro di quella strana galleria e nel percorrerla le parve di andare a ritroso nel tempo. I dipinti raffiguravano volti di giovani con indosso vestiti di varie epoche, dalle più recenti alle più lontane. I loro volti erano pallidi e i loro occhi tristi, proprio come quelli dell’attuale principe. Arrivata all’ultimo dipinto Sussurro gemette: il quadro era vuoto!

Non ebbe tempo per riflettere su quel che aveva visto; alle sue spalle percepì all’improvviso il rumore di un respiro raschiante. Inghiottì a vuoto e, senza pensarci due volte, finì di percorrere il corridoio di corsa e, quando le si pararono davanti altre scale che portavano verso il basso, le scese precipitosamente senza voltarsi indietro.

La cantina era fredda. Grosse botti di legno riempivano la maggior parte del locale che terminava sul fondo con una porta. Spinta dalla paura Sussurro si precipitò a spalancare l’uscio e grande fu il suo terrore quando si accorse che era chiusa a chiave. Alle sue spalle il sinistro respiro sembrava farsi sempre più vicino. Con lo sguardo cercò la chiave sul pavimento e nei tratti scoperti di muro, poi, quando oltre il respiro udì anche un suono liquido, come il risucchio di uno stivale tirato via dal fango, si gettò tra le botti, cercandovi riparo.

Per un po’ di tempo rimase raggomitolata dietro una botte, evitando di utilizzare i suoi poteri per paura di essere scoperta; infine si rese conto che il silenzio era sceso nella cantina. Guardinga si alzò e si affacciò oltre il bordo della botte.

Non vide il grosso tentacolo che le avvinghiò il polso, ma lo sentì viscido e feroce sulla pelle. Con la torcia stretta nell’altra mano tentò di far indietreggiare la cosa che l’aveva assalita, ma l’unico risultato che ottenne fu di illuminarla.

Mai più Sussurro di Luna avrebbe dimenticato un simile orrore. Un essere informe, gelatinoso, che i suoi poteri di strega percepivano come un ammasso di cattiveria e infamia. Urlò senza controllo e in quel momento Minù sbucò dal nulla e si lanciò contro il tentacolo del mostro. Un grido agghiacciante risuonò tra le umide mura del locale... Sussurro era libera!

Strinse con frenesia la torcia in una mano e con l’altra afferrò il gatto per la collottola, poi si lanciò verso la porta chiusa urlandole contro parole magiche.

Sussurro di Luna si alzò in piedi tremante. Era caduta dopo aver superato la porta di corsa, o meglio, dopo esserle passata attraverso, grazie alla sua magia, ma quando si voltò la porta era scomparsa e al suo posto c’era un muro liscio e coperto di rampicanti in fiore. Perplessa alzò lo sguardo al cielo dove occhieggiava un bel sole mattutino.

- Sei sorpresa, piccola strega? – La ragazza si voltò con un sussulto verso lo sconosciuto comparso dal nulla  - Chi sei? – Il ragazzo sorrise e si chinò a carezzare Minù che si stava strusciando già da un pezzo sui suoi pantaloni di foggia antica. - Io sono stato il primo. – Lo disse con una naturalezza tale che Sussurro dapprima annuì a quella dichiarazione senza senso, poi ci ripensò e scosse il capo chiedendo – Il primo di cosa? - - Di una lunga serie di principi assassinati. – Sussurro sbarrò gli occhi: la galleria di dipinti, il quadro vuoto, la cattiveria che emanava il mostro…

- Sì, piccola strega. Io sono stato il primo ad essere colpito dalla maledizione del castello. Cinquecento anni fa, quando ebbe inizio la dinastia degli attuali regnanti di Dlineth, mio padre morì durante l’ultima guerra. Io, unico figlio maschio, avrei dovuto salire sul trono al suo posto, ma mio zio, fratello di mio padre, ambiva al regale seggio e lo bramava a tal punto da avvelenarmi. Di certo a lui non toccò sorte migliore poiché fu trovato impiccato due sere dopo avermi ucciso. Succedette sul trono mia sorella Thyda, che si trovò a dover reggere un intero regno attorniata da cortigiani appartenenti a due diverse fazioni che si odiavano tra loro: quella che seguiva fedele il re di diritto e quella che invece parteggiava per mio zio. Nel corso degli anni le faide non ebbero termine, ma continuarono in modo subdolo tra le mura del castello. L’odio e la cattiveria assunsero nuove sembianze, presero forma, la forma mostruosa che hai malauguratamente incontrato poco fa. L’odio, come sai, è una sorta di potente e malvagia magia che deve trovare uno sfogo, possibilmente sui puri di cuore, ed alcuni principi lo sono… - - La maledizione del castello!!! – Sussurro di Luna non riuscì a trattenere l’esclamazione, ma il fatto di aver compreso quale fosse la fonte della maledizione e perché l’attuale principe fosse in pericolo di vita l’aveva resa improvvisamente ansiosa di andare fino in fondo a quel mistero.

- Dimmi, esiste un modo per salvare il principe? – Il ragazzo sorrise di nuovo, smise di accarezzare Minù e tirò fuori da una borsa legata alla cintura un sacchetto di velluto scuro. – Ecco, prendi! E’ una polvere da sciogliere in acqua di fonte. – Dalla stessa borsa estrasse una piccola pergamena – Questo è l’incantesimo da recitare in presenza del principe mentre beve la pozione ottenuta da questa polvere. – Sussurro guardò gli oggetti pensierosa. Il ragazzo le si avvicinò e le pose una mano sulla spalla – Da secoli non nasceva in Dlineth una strega par tuo. Sei una delle ultime della tua stirpe ma la più potente. Solo tu puoi spezzare la maledizione. Non voglio far del male al principe, voglio salvarlo. Come ho mandato questo sogno a te lo manderò anche al re e alla regina, saranno loro a chiamarti, fidati… -

- Questo è un sogno? –

- Questo è un sogno… Addio! –

Si alzò un forte vento e un vortice d’argento sollevò in aria Sussurro di Luna e Minù. Il viso sorridente e finalmente in pace dell’antico principe fu l’ultima cosa che lei vide.

Si svegliò di buon’ora, come tutte le mattine, gettò via le coperte e attese che Minù le salisse in grembo per darle il buongiorno, ma il gatto, seduto sul pavimento, non sembrava avere intenzione di rispettare il rito mattutino. Incuriosita e un po’ perplessa, Sussurro scesa dal letto e si avvicinò all’animale. Quando gli fu vicina si accorse che il gatto circondava con la coda un sacchetto di velluto scuro ed una piccola pergamena arrotolata. Mentre Sussurro guardava meravigliata i due oggetti sul pavimento, Minù le si avvicinò strusciandole contro una gamba e facendo le fusa. Solo allora la ragazza si riscosse e raccolse sacchetto e pergamena. Era stato un sogno, ma ora aveva la possibilità di guarire il principe. Un sorriso le illuminò il viso – Non è solo un sogno! –

Ariel la fatina

 

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